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Fritz Zorn Marte Il cavaliere, la morte e il diavolo Introduzione di Italo A. Chiusano »» Leggi l'introduzione »» Press 14,8 x 21 cm 224 pp PB ISBN: 88-87469-51-2 ISBN13: 978-88-87469-51-6 Italiano »» Leggi il primo capitolo CHF 24,-- (ch) Euro 17,-- Il 17 luglio 1976 Fritz Zorn concludeva a Comano, in Ticino, la stesura di questo libro. Il 2 ottobre 1976 lo scrittore Adolf Muschg inviava il manoscritto all’editore Helmut Kindler. Né Muschg né Kindler conoscevano l’autore. Muschg scriveva a Kindler: « Quando ho deposto questo manoscritto non ero più la stessa persona di prima di iniziare la lettura. Non sarà necessario che di questo le dia una spiegazione, perché ne farà lei stesso la prova. L’espressione per cui spesso si parla di un libro “necessario” in questo particolare caso non è affatto una frase, tanto meno un luogo comune. È anche un libro tremendamente doloroso. Ma, stranamente, lo stato d’animo ch’esso apporta è di liberazione, direi persino di gioia. Sì, la gioia che nasce dal sapere che qui un essere umano è stato in grado di arrivare a realizzare la sua esistenza, prima che essa, come era ormai scritto, gli venisse a mancare. La mia preghiera, in cui c’è un urgenza dettata dalla situazione, è questa: lei deve pubblicare questo libro, e molto presto; non sebbene da questo autore, in base a ogni umano giudizio, non ci si possa aspettare un secondo libro, ma proprio per questo. » La sera del primo novembre l’autore apprendeva dal suo psicoterapeuta, che era andato a trovarlo in ospedale, che l’editore Kindler aveva accettato di pubblicare il suo manoscritto. Subito dopo, la sua mente si anebbiò e il mattino seguente, alle cinque, egli moriva. Sin dalla prima frase del libro (« Sono giovane, ricco e colto, e sono infelice, nevrotico e solo ») Zorn pone tutte le premesse per ciò che in questo resoconto di una vita e di una morte dirà di doloroso, di vero e di necessario. Cresciuto in una famiglia ricca e borghese di Zurigo (genitori modello, ambiente modello, figlio modello; tutto comme il faut, egli spiega) Zorn comincia a vivere solo quando comincia a manifestarsi la malattia. Nella malattia – un tumore alla gola – egli vede la somatizzazione della sua condizione psichica. Il tumore sono “le lacrime non piante”, la vita non vissuta. E comincia la lotta, una disperata, lucida, rabbiosa battaglia: riuscire a tenere a bada la malattia per dar tempo alla psicoterapia di riportarlo alla vita. Autoanalisi di una malattia e storia di un “caso clinico” paragonabile a quello del consigliere Schreber studiato da Freud, il libro ha altri risvolti. È una critica del perbenismo, della Svizzera opulenta e comme il faut, della famiglia vista come primo nucleo patogeno. E in questo senso ha risvegliato anche forti risentimenti, oltre a suscitare quella eco vastissima di studi e discussioni che ne hanno fatto un caso letterario nei paesi di lingua tedesca. “Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro.” “Era come un film che mi si dipanava sotto gli occhi con le sue immagini scintillanti e cessava nel momento in cui mi alzavo dal mio posto di spettatore e me ne andavo. Per la strada vedevo belle donne, molto eleganti, o molto belle, ma che mi passassero davanti e fossero molto belle e eleganti anche per me, a quello non arrivavo a pensare. Questa è certo la quintessenza del mondo nel quale sono nato e che doveva diventare anche il mio: la vita è una cosa molto bella, ma noi non siamo la vita, la vita sono gli altri.” “A quel tempo non avevo alcuna capacità di giudizio, nessuna personale predilezione, nessun gusto individuale, ma seguivo stupidamente l’opinione degli altri, l’unica che poteva esser giusta, l’opinione di un consesso di persone che consideravo capaci di giudicare, che rappresentavano l’opinione pubblica e sapevano ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. E ogni volta che pensavo di aver raggiunto anch’io il livello di questo immaginario ordine giudicante, ne ero felice e mi sentivo orgoglioso. Come avevo appreso nella mia famiglia, ciò che contava nella vita non era l’opinione del singolo, ma l’opinione dei più, e soltanto colui che era in grado di condividere, in maniera il più possibile illimitata, l’opinione dei più, solo quello era al giusto posto nella vita.” “Fra le cose “difficili” c’erano però quasi tutti i rapporti umani, la politica, la religione, il denaro e, naturalmente, il sesso. Oggi credo che tutto ciò che è interessante fosse a casa nostra “difficile” e di conseguenza non se ne parlava. Se però cerco di ricordare di che cosa si parlava, devo dire che non mi viene in mente granché. Il cibo, probabilmente, quasi certamente il tempo, la scuola, naturalmente e, ovvio, la cultura (anche se soltanto quella classica e riguardante persone trapassate).” “Tanto per fare un esempio, se vogliamo immaginare che ci fosse da fissare una data per fare una determinata cosa, poteva accadere che mia madre, per imprudenza, proponesse, diciamo, il martedì. Se però mio padre trovava che la giornata più adatta era invece il venerdì (che a mia madre però, senza che lui lo sapesse, non tornava comodo), per mia madre era la cosa più semplice del mondo farsi improvvisamente venire in mente che il venerdì andava senz’altro molto, molto meglio, le era infinitamente più comodo del martedì, anzi, ripensandoci, il martedì non era proprio la giornata giusta, il venerdì era preferibile sotto tutti i punti di vista. La cosa veramente ridicola in tutto ciò è che nella maggioranza dei casi per entrambi un altro giorno della settimana, per esempio il mercoledì, sarebbe stato di gran lunga più comodo, di modo che la scelta del mercoledì avrebbe rappresentato un ragionevole compromesso senza sacrifici da parte di nessuno.” “Rispettabili erano naturalmente tutti coloro che avevano un ruolo degno di rispetto come insegnanti, medici, sacerdoti, direttori, dottori, professori, militari e in generale tutte le persone ricche. Credo che anche per noi valesse la frase: chi è ricco è anche per bene. Naturalmente non si diceva “per bene”, ma “giusto”, l’espressione tanto in uso nel nostro Paese. La gente “giusta” era la gente ricca. Anche “ricco” naturalmente non lo si diceva mai. Si diceva: “ha mezzi”. La gente non era mai “avara” ma “agiata”. I poveri non erano “poveri” ma “modesti”. Le cose – ma soprattutto i loro possessori – non erano “costose” ma piuttosto “non a buon mercato”. Perché dopotutto del denaro non si parla; lo si ha e basta. C’è un importante categoria di persone di rispetto che merita qui una particolare attenzione: i politici. Per principio erano anche loro rispettabili, ma veniva fatta una distinzione: dovevano essere di destra. Quanto più a destra, tanto più rispettabili; quanto più si spostavano a sinistra, tanto più perdevano rispettabilità. L’unità di misura per le valutazioni politiche erano quei cattivi dei comunisti: quanto più uno era anticomunista, tanto più ci si poteva fidare; quanto più nasceva il sospetto che avesse qualcosa a che fare con il comunismo, tanto più era infido. In casa nostra il quadro politico mondiale era quindi molto chiaro: c’erano i buoni e i cattivi e la linea di demarcazione fra i due estremi era chiara e inequivocabile. La Svizzera, questo lo sapevo, era “buona” perché qui non c’erano comunisti, o per lo meno erano molto pochi. E anche quei pochi erano lontanissimi da noi, e cioè nel Cantone più lontano dalla mia casa paterna, e precisamente a Ginevra, che si poteva probabilmente immaginare come una Babele del peccato politico.” |