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Franco Zambelloni, Franco Cavani
I cinque petali

15 x 30 cm
40 pp
HB

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«Un pomeriggio d’inverno camminavo in fretta tornando verso casa, con le mani in tasca e la sciarpa fino agli occhi per ripararmi dal freddo: cominciava a scendere il buio e quasi non vidi, nella neve, un fagottino scuro e tutto tremante. Quando gli passai accanto mi accorsi di lui solo perché sollevò un’ala e subito la lasciò ricadere, sfinito: era un pettirosso con un’ala ferita e sulla neve spiccava qualche macchia rossa di sangue. Lo raccolsi e lo infilai dentro la giacca e per tutto il cammino lo tenni al caldo così. Poi, a casa, mia madre e io gli curammo l’ala ferita, fissandola con una stecca di legno. Gli facemmo un nido e un letto con una scatola di cartone e bioccoli di lana e lo mettemmo accanto al camino; e proibimmo al gatto di casa di avvicinarsi e, anzi, gli ordinammo di vegliare perché al pettirosso non accadesse nulla di spiacevole.»



«Ma la cosa più strana viene adesso. Il pettirosso parlò. Eh sì, quelli erano altri tempi! Non c’era ancora la televisione, non avevamo neppure il telefono ma succedevano, a volte, cose meravigliose. Il pettirosso mi parlò.»
 

«Mi disse che quel fiore magico mi avrebbe aiutato nella vita. Quando avessi voluto, in caso di bisogno, dovevo prendere un petalo e tenerlo sulla punta della lingua e il pericolo sarebbe svanito, la difficoltà risolta. Ma ogni petalo valeva per un solo desiderio: passato quel momento, l’avrei visto accartocciarsi e avvizzire.»



«Passarono gli anni. Finii la scuola elementare, quella superiore, andai all’università. Mi piaceva studiare, volevo diventare ingegnere e costruire case, ponti, scuole, ospedali.
Ma venne la guerra. Colonne di carri armati varcarono i confini del mio Paese, soldati dalla lugubre divisa marciarono per le strade della città. Noi studenti resistemmo, l’università fu chiusa; poi la riaprirono, ma a me e ad altri fu proibito di continuare gli studi. E ogni tanto qualcuno di noi spariva e venivamo a sapere che l’avevano caricato su un treno diretto lontano, non si sapeva dove.»



«Decisi di fuggire: un’altra terra, un paese libero, una vita nuova. Per giorni mi diressi a sud, poi piegai a occidente. Raggiunsi la frontiera di notte, ma c’erano guardie che pattugliavano i confini. Le vedevo camminare alla luce dei fanali che avevano acceso.
Tolsi di tasca la scatoletta di latta. Nel buio il fiore splendeva di una pallida luminescenza azzurra. Staccai un secondo petalo e me lo posi sulla lingua. Improvvisamente, una voce gridò: “Alt! Chi va là?”. »
Io sobbalzai di paura e il petalo cadde e si perse nel buio.
«Oh, nonno! Ancora!…»
«Già. Ancora. Ma non avevo il tempo di rammaricarmi. Corsi come non avevo mai corso, passai il confine, sentii il rumore degli spari e le pallottole fischiarmi accanto e con il cuore in gola mi buttai in un bosco dove riuscii a far perdere le mie tracce.»

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