Marte

Introduzione


I casi letterari sono spesso luttuosi: Tomasi di Lampedusa, il cui Gattopardo viene pubblicato postumo, Guido Morselli che si vede respingere tutti i manoscritti finché muore suicida per essere poi festeggiato come un grande scrittore. Oppure sono storie opprimenti: Stefano D’Arrigo che tesse, lentissimamente, quasi un’aura ospedaliera, il suo enorme sorprendente Horcynus Orca; o Kafka, malnato o ignorato o frainteso in vita, che poi diventa il profeta letterario del XX secolo.
Fritz Zorn, un caso letterario tra i più vistosi di questi ultimi anni, ribadisce la regola. E fa parte del primo filone, quello delle rivelazioni totalmente postume. Il suo unico libro (questo, che Mondadori ha lanciato con vasta eco nel 1978) è libro postumo per natura: il libro di un moribondo che non solo sa di esserlo, ma gioca tutte le sue carte esistenziali e letterarie sul lancio di un messaggio post mortem.
Di chi si tratta? Già il nome rivela molte cose. Fritz Zorn non si chiamava così. Per riguardo a talune persone nominate e duramente bistrattate nel libro, non volendo egli rinunciare alle sue invettive, accettò l’idea di avvalersi di uno pseudonimo. Nella scelta non procedette a caso, ma segnalò i suoi intenti e la sua «filosofia». Il suo vero cognome era Angst (che significa angoscia, paura). Come si vedrà, un cognome talmente adatto a lui che non si oserebbe attribuirlo a un personaggio di romanzo o di dramma per evitare la taccia di simbolismo da quattro soldi, come nei nomi di certe macchiette da farsa o di certi indigesti personaggi allegorici.
L’autore scelse, come nome-maschera, Zorn (che significa collera, ira). Ripeto: tutt’altro che una scelta casuale. Si potrebbe anzi dire che il succo di tutto questo libro sia la trasformazione della Angst in altrettanto Zorn, cioè il rifiuto del terrore puramente passivo e vittimistico e la scelta di quella tremenda arma attiva che è la rabbia lucida e ragionata.
Chi, prima di morire (il 2 novembre 1976, a Comano, nel Canton Ticino), imboccò questa strada era uno svizzero trentaduenne. Nato, cresciuto, vissuto a Zurigo, in ambiente borghese molto facoltoso, su quella riva del lago che si chiama, per l’eleganza delle sue ville, «la costa d’oro». Aveva condotto studi regolari, e con buon esito. All’università aveva studiato prima germanistica, poi romanistica, specializzandosi in letteratura spagnola e portoghese. Poi aveva insegnato, fin quasi alla morte, in un liceo della sua città.
A un certo punto, un nodulo fastidioso nel collo, trascurato o voluto ignorare come tante altre cose che davano fastidio. Più tardi, peggiorata la situazione, arrivò la diagnosi: cancro. Più tardi ancora, una diagnosi più specifica, anche se sostanzialmente non diversa: linfoma maligno. La scoperta scatenante, quella che induce colui che continueremo a chiamare Zorn a mettere in carta le sue idee, i suoi ricordi, i suoi furori, le sue accuse, i suoi lamenti.
Chiuso il manoscritto il 17 luglio 1976, già a Comano, l’autore lo fa pervenire a un illustre critico letterario, che è anche un buon romanziere e drammaturgo: Adolf Muschg. Il quale si sente profondamente colpito da quel fascio di fogli e, al di là di ogni considerazione puramente letteraria e stilistica, decide di adoperarsi perché quel discorso sul crinale della morte arrivi al pubblico. Ne parla ad un editore, trova un’accoglienza incerta. Insiste. Finalmente ha il sì della casa editrice Kindler di Monaco di Baviera. Fa per comunicarlo telefonicamente a Zorn, ma viene a sapere che l’autore è deceduto proprio quella mattina, nella ricorrenza dei defunti. Per fortuna risulta che il medico curante di Zorn, venuto a conoscenza dell’accettazione editoriale, ne aveva dato notizia all’interessato già la sera prima, quand’egli era ancora in grado di capire e di rallegrarsene. Nel 1977 il libro usciva presso l’editore Kindler e cominciava a far molto discutere.
E non solo perché era patetica la vicenda di un morto di trentadue anni, stroncato da un cancro, che parlava di sé e del suo male da oltre la tomba, né perché un nome noto come quello di Muschg avallasse la sua proposta e la corredasse di una postfazione avvincente. Il libro, anche a prescindere da queste due circostanze, è un «prodotto letterario» di sicura validità e, più ancora, un documento umano di bruciante, addirittura irritante interesse. Perché parla di cancro, di morte precoce, di addio al mondo? Anche per questo, ma non solo per questo, anzi direi che tale aspetto passa in seconda linea. Ciò che prevale, ciò che dà a queste pagine un’originalità che le fa emergere tra moltissime altre di tematica affine è il modo con cui Zorn imposta il discorso e i bersagli contro cui si avventa.
Marte è infatti un lungo atto di accusa contro i colpevoli della sua malattia e della sua prossima morte. Colpevoli? Di un linfoma maligno? Quasi fosse una ferita di arma da fuoco o una rapina a mano armata? Precisamente: come se fosse una ferita o una rapina. È dunque pazzo l’autore? No di certo. Ammette lui stesso di essere nevrotico e psicotico, ma ha il pieno possesso delle sue facoltà mentali, è in grado di ragionare e di valutare, dimostra anzi una chiara intelligenza, anche se molto nutrita di passionalità e portata al vittimismo. Ma dunque questi colpevoli chi sono?
Sono, innanzi tutto, i genitori. I quali – Zorn lo ribadisce più volte, come ribadisce più volte quasi tutto ciò che lo opprime e lo agita, essendo uno scrittore a ondate successive, come tutti gli ossessi – non sono affatto cattivi, anzi si potrebbero definire brava gente. (A parte la ricchezza di cui dispongono e perciò gli agi, il riparo da ogni preoccupazione economica che hanno potuto offrire al loro figlio.) Ma sono, con e senza virgolette, borghesi e «borghesi». Per di più, borghesi svizzeri: qualità che uno straniero può anche trovare degna di invidia, specie se vive in qualche terzomondo che può cominciare subito a sud di Chiasso, ma che agli scrittori elvetici più svegli di questi ultimi decenni (Frisch, Dürrenmatt, Späth, Bichsel, ecc.) appare una vera e propria maledizione. Infatti, borghesi svizzeri di Zurigo. Il culmine, per Zorn, del perbenismo ipocrita, pavido e immobilista.
Di questa «borghesia» Zorn precisa che non la ravvisa solo nell’occidente capitalistico e che, pur giudicandola così pestilenziale, non per questo la ritiene peggiore del regime comunista sovietico o dell’Uganda governato (allora) da Amin Dada. Egli ne dà questa definizione, facendone una categoria tipologica universale: «Essere “borghese” vuol dire essere tranquillo a qualunque costo, perché altrimenti si potrebbe disturbare la quiete di qualcun altro». È solo un aspetto della borghesia, ma è fondamentale, in senso negativo, per un uomo come Zorn, che dichiara quanto gli sia «caro e gradito il concetto di disturbo».
Più o meno sembra di aver compreso, e non perché queste poche parole di Zorn siano esaurienti, ma perché fanno scattare in noi il ricordo di infiniti altri attacchi contro la borghesia succedutisi a tutti i livelli e da tutte le direzioni fin dalla metà del Settecento. Resta da vedere di quali colpe borghesi si siano macchiati, in particolare, i genitori di Zorn. Ed è la prima parte del libro, una parte molto godibile per la concretezza significativa di alcune annotazioni che definiscono o riesumano un mondo sempre carico di interesse.
Zorn, che pure è molto attento alla psicanalisi, salta a piè pari la primissima infanzia: e me ne dolgo, così come giustamente Muschg si duole che l’autore non ci abbia rivelato la causa dell’unico litigio tra padre e madre di cui egli abbia memoria. Ma accontentiamoci di ciò che nel libro si trova. Ad esempio, i genitori di Zorn volevano che tutto fosse armonioso, senza attriti né stridori, senza polemiche né contestazioni. Avevano fastidio per ogni giudizio personale, un modo per loro intollerabile di accostarsi troppo agli altri, quasi un contatto fisico. Imponevano soavemente un vero culto per tutto ciò che era «elevato», ad esempio la musica classica, insinuando inorridito disprezzo per tutto ciò che appariva loro basso e volgare (ad esempio il jazz o la musica leggera). Bollavano con la parola «difficile» tutte le cose veramente importanti, quelle che in un modo o nell’altro scottano, che impongono una presa di posizione, che ti fanno esultare o arrabbiare, che ti spingono a essere ineducato, aggressivo, passionale, shocking. Parlo dei rapporti umani, della politica, della religione, del sesso.
In particolare, per loro la politica – oltre che di parlarne il meno possibile – impone un anticomunismo acritico e malsicuro («Ma vattene a Mosca!» è il grido segreto che lanciano in cuor loro a chiunque muova critiche allo swiss way of life), e una palese simpatia per la destra, magari non fascista (almeno in casa propria; nella Spagna di Franco invece sì) ma certo molto reazionaria, più che conservatrice. Zorn, anni dopo, pur non diventando un vero uomo di sinistra, sentirà disgusto di quell’atteggiamento e perciò dichiarerà che quando stigmatizza l’elemento borghese lo intende «anche in senso politico», sebbene «non soltanto in senso politico».
Quanto alla religione, si direbbe quasi che i genitori di Zorn buttino via il bambino per conservare l’acqua sporca del bagno. Infatti onorano la Chiesa e le sue istituzioni, perché altamente «rispettabili»; mentre sentono un terribile fastidio di Dio e di tutto ciò che concerne la religiosità vera e propria. Così come non vanno in chiesa ad attingere lume e conforto, ma non mancano mai a un funerale.
Infine, il sesso. Per gente che rifiuta anche solo la parola «spontaneità», che non desidera «mai precipitare le cose», che vuole a tutti i costi mantenere le distanze, non c’è da stupire che il sesso sia argomento tabù, proprio per quelle qualità di totale coinvolgimento, di abbattimento di ogni barriera interpersonale, di irriguardoso calore, di accelerazione precipitosa che farà dire un giorno al loro figlio: «In quella parte del mio io che considero “me stesso” la sessualità è il massimo dei valori».
Zorn ha avuto una grave disgrazia: di non trovare, fuori di casa sua, un amico, un maestro, una donna che lo abbia sottratto all’asfissiante influsso dei genitori; o, in se medesimo, una sufficiente carica di genialità, di ribellione, di follia per farlo uscire violentemente da quell’orbita. Anche di questo egli addossa la colpa ai genitori stessi, ma si sono visti innumerevoli casi in cui, vittima di questo stesso tipo di educazione, qualcuno ne è emerso vittorioso e affrancato.
Per Fritz non fu così. E i risultati furono deprimenti. Scuola frequentata con buon profitto esterno, ma senza un minimo di amore, meno che mai di passione, per le materie studiate. Poi università, frequentata con vantaggio, ma più grazie alla diligenza dello sgobbone che all’estro del futuro luminare. Con gli amici e i compagni rapporti normali, non drammatici, ma del tutto incolori. Fritz si fa persino la fama di ragazzo simpatico, allegro, mentre in realtà – ossia di dentro – è del tutto anemico, devitalizzato, inappetente. Né la laurea né il nuovo incarico di insegnante né la vita finalmente autonoma condotta fuori della casa paterna cambiano nulla da questo punto di vista. Così come un deserto, senza un’oasi né un pozzo d’acqua fresca né un alberello, sarà la vita sessuale e sentimentale di lui. Mai una donna, mai un’amica. Che sia omosessuale? Fritz teme anche questo, ma è un falso allarme. No, egli non ama nessuno. Il nulla, lungo tutto il giro dell’orizzonte.
C’è chi vive così, e invecchia, e sopporta: anche se è tutt’altro che invidiabile. Zorn ha una sorte diversa. Dapprima si fa viva la psiche, opprimendolo per anni sotto quel grigio macigno che si chiama depressione. È una sofferenza atroce, ma come ovattata, senza zampilli di sangue (magari ci fossero!). Più tardi si fa vivo anche il corpo: o, meglio, la psiche manda il suo disperato segnale d’allarme attraverso il soma. Ed è il cancro, la brutta bestia che porta Zorn alla disperazione, alla sofferenza. Ma che, paradossalmente, lo fa sentire più vivo, più intensamente e dolorosamente vivo di prima, quando all’apparenza «stava bene». Tant’è vero che a poco a poco la depressione svanisce, per far posto a quello che abbiamo detto all’inizio: lo Zorn, la collera, la rabbia, il furore.
Man mano riscaldatosi svelando le colpe e le magagne di coloro che lo hanno ridotto così – i genitori, l’ambiente borghese, l’educazione puritana, la società svizzera – Zorn scopre in sé, con un isterismo ispirato anche se di lucide movenze, una vera e propria vocazione. E la sbandiera con frasi e ragionamenti di una certa megalomania. Questo «nevrotico malato di cancro», come si definisce egli stesso, pensa di essere l’elemento più debole di un paio di Cose infinitamente più grandi di lui, ma che lui potrebbe far crollare (o contribuire a far crollare) proprio perché la resistenza di un organismo si allinea sulla resistenza della propria componente più fiacca. È questo che gli fa proclamare: «Io sono la decadenza dell’occidente». E poi: «Io sono il carcinoma di Dio».
Ecco il gran piano, la vendetta postuma, di questo «rivoluzionario passivo». Farà da detonatore a questo enorme mammuth pestifero e opprimente che è la borghesia (in senso lato) ancora dominante su tutto il pianeta. Che mi sembra un modo davvero sopra il rigo di valutare l’importanza e le malefatte di una classe sociale e di una mentalità che non può ambire a un ruolo così gigantesco. Ma Zorn la sente così, e ha il dono di farla sentire così anche al lettore: per lo meno durante una prima lettura a caldo. Dopo, se mai, il quadro si riassetta.
Ancor più interessante, con punte di delirio, il discorso su Dio. Che procede a zig-zag. Non come un ragionamento filosofico o teologico, ma come gli alti e bassi sentimentali di un uomo che parli, poniamo, di una donna che ha amato, che lo ha deluso, ch’egli ama ancora ma che nel contempo vorrebbe uccidere. Dio, sostiene Zorn, non esiste, o è probabile che non esista. O forse no: esiste, sì, anzi certamente, ma non come un tutto, come un assoluto. Esiste come un’entità parziale, locale, relativa. Comunque, se non esistesse bisognerebbe inventarlo per poterlo prendere a ceffoni. In mancanza di meglio, si continua a crocifiggere in noi quello che di Dio si proclama il figlio, quel «guastafeste di Gesù». Però esiste certamente il diavolo, di cui nella Bibbia si parla così poco perché è come una scintilla in una polveriera. Il diavolo è la nostra unica speranza di liberazione, il ribelle al gran Capo che ha inventato il cancro e il coccodrillo. È lui che un giorno distruggerà Dio, aiutato da ribelli come Zorn. Ma poi attenti a liberarsene subito, se no Belzebù vorrà diventare un assoluto, il nuovo dio che prende il posto di Dio…
Onde schiumanti contro una roccia: la borghesia che diventa il Male incarnato, Dio che quasi prende il volto del Superborghese, il Diavolo che sembra invitare ai riti di un nuovo satanismo. Sono cose a cui la cultura europea ci ha abituati da tempo, e basti rileggere il sempre verde libro di Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica. Ma Zorn è un uomo dei nostri tempi, anzi, dei nostri giorni: l’uomo delle banche svizzere (che vorrebbe far saltare in aria) e delle cure al cobalto, dell’elettronica e dei viaggi sulla luna. E la sua rabies non è più quella di Nietzsche (anche se ne è una filiazione diretta) e meno che mai quella del marchese de Sade. Del resto, basta guardare ai maestri che cita più volte: Freud, Reich, Sartre. Sì, è davvero l’angoscia, la frustrazione, la ribellione del nostro tempo. Come del nostro tempo è la macabra tematica cancerogena del suo libro. La stessa che ispira Divisione Cancro di Solzenicyn, o il recente libro di un altro svizzero, anzi zurighese come Zorn, Peter Noll, Sul morire e la morte: libro anche questo postumo, anche questo scritto da un osservatore di se stesso che aveva perfettamente coscienza della prorpia condanna e voleva lasciare un messaggio al mondo (ma stavolta con più matura e ironica saggezza), anche questo «sponsorizzato» da un illustre padrino elvetico, Max Frisch. Del resto l’esperienza del tumore maligno ha fatto scrivere molte penne, in questi ultimi anni, tanto che si vorrebbe quasi parlare – ma con un certo disagio – di un nuovo genere letterario: e ricorderò soltanto, tra i racconti-confessione di questo genere usciti ultimamente in Italia, La vita a metà di Mimi Zorzi e L’ospite inatteso di Antonio Tronci.
Tuttavia, se devo pensare a uno scrittore contemporaneo di lingua tedesca, il nome che mi s’impone per primo è quello di Thomas Bernhard, il fascino opaco di un mugugno imbronciato e ripetitivo, tutto infarcito di accuse e di recriminazioni, di furioso disprezzo e di sarcasmo. L’uno e l’altro autore vedono, sì, le proprie debolezze e carenze, e anzi le ingigantiscono con una sorta di compiacenza masochistica. Però i veri colpevoli sono gli altri, sempre o soprattutto gli altri. Un vittimismo formato gigante, che gli toglie ogni residuo di grettezza ma anche ogni possibilità di rendere veramente giustizia al prossimo. E una fissazione maniacale sulla propria esperienza negativa, che fa assolutizzare la condanna nei termini del proprio scacco personale, disinteressandosi del tutto a ciò che può avere, di altrettanto negativo, una situazione diversa o inversa. In questo caso, ad esempio, quali guasti possa causare o abbia già causato un certo tipo di nuova educazione anarchico-permissiva che sembra stare all’estremo opposto di quella borghese-repressiva stigmatizzata da Zorn. Gli attuali drogati (e i loro figli) ne sono già le vittime e ben presto potranno presentarci le loro doléances in libri che sarà una tortura dover leggere.
Mette un certo imbarazzo parlare di questo Mars (tale il titolo originale, di cui si troverà a un certo punto l’interpretazione astrologica, piuttosto pittoresca per la verità) in termini puramente letterari. È come voler valutare la purezza della voce, la nitidezza della nota emessa da un uomo sotto tortura. Ma è un discorso che, col dovuto rispetto e non dimenticando l’importanza primaria di questo libro come documento di vita, si può legittimamente fare. Ed è qui che l’identificazione con Thomas Bernhard finisce. Bernhard è essenzialmente uno scrittore, un creativo, e di grande formato. Zorn resta in primis et ante omnia l’autore di uno sfogo sconvolgente e, per più versi, illuminante. Tuttavia non si può negare che sia anche uno scrittore. Zorn sa usare la parola non solo con efficacia ma anche con bravura, in qualche momento con una sorta di sobrio virtuosismo. Non è molto interessato ai fatti concreti, ed è un peccato perché avrebbe la vena per renderli con gusto. Preferisce ragionarci sopra, dibattere il suo appassionante problema, litigare coi propri ricordi, con se stesso, con Dio. Ed è proprio questa la sua nota più personale e, direi, felice: l’empito avvocatizio di forte sapore, il «parlato» che si fa monologo perfino teatrale e ci costringe tutti ad ascoltarlo. Intimiditi, sì, e commossi, come si conviene a un uditorio che ascolta un morituro gridare le sue ultime ragioni sullo sfondo bianco della morte. Ma anche irritati, e più di una volta perfino incantati, sedotti, oso dire divertiti. Non è da tutti, in verità.

Italo Alighiero Chiusano


Introduzione pubblicata per la prima volta nel 1986.

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