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Marte. Il cavalere, la morte e il diavolo Prima parte L’io in esilio I Sono giovane, ricco e colto; e sono infelice, nevrotico e solo. Provengo da una delle migliori famiglie della riva destra del lago di Zurigo, chiamata anche la costa d’oro. Ho avuto un’educazione borghese e mi sono portato bene per tutta la vita. La mia famiglia è alquanto bacata e anch’io porto probabilmente tare ereditarie e conseguenze di danni ambientali. Naturalmente ho anche il cancro, il che, per la verità, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale. La faccenda del cancro ha però un duplice aspetto: da un lato si tratta di una malattia organica di cui con molta probabilità morirò quanto prima, ma alla quale potrei però anche sopravvivere; dall’altro è una malattia psichica, e posso considerare una fortuna che sia finalmente esplosa. Intendo dire che fra tutte le cose sgradevoli che mi sono portato appresso nella mia esistenza, avere un cancro è stata di gran lunga la cosa più intelligente che io abbia fatto. Con questo non voglio naturalmente affermare che il cancro sia una malattia che fa molto piacere. Ma poiché la mia vita non si è mai distinta per le gioie e i piaceri, dopo un attento esame e facendo i debiti confronti devo concludere che da quando sono malato sto molto meglio di prima di ammalarmi. Ovviamente ciò non significa che io consideri la mia situazione particolarmente fortunata. Dico soltanto che fra una situazione molto infelice e una soltanto infelice, la seconda è da preferire alla prima. Ora mi sento deciso a mettere sulla carta i miei ricordi. Non si tratterà però di memorie, nella comune accezione del termine, ma piuttosto della storia di una nevrosi, o per lo meno di alcuni dei suoi aspetti. Quella che ora tento di scrivere non sarà quindi la mia autobiografia, ma soltanto la storia e l’evoluzione di un solo aspetto della mia vita, quello finora dominante, vale a dire la mia malattia. Cercherò dunque di ricordare quanto più mi è possibile tutto ciò che, fin dalla mia infanzia, mi appare di essa caratteristico e significativo. Se ripenso alla mia infanzia, per prima cosa devo dire che sono cresciuto nel migliore dei mondi. Da questa affermazione il lettore attento capirà subito che la cosa doveva necessariamente finire male. A quanto ho sentito raccontare dei miei primi anni, devo essere stato un bambino molto carino, vivace, allegro, un raggio di sole addirittura; si può quindi dedurne che la mia è stata un’infanzia felice. A questo proposito mi torna alla mente un articoletto che ho trovato nella rubrica psicologica di una rivista, in cui un giovanotto lamentava di non riuscire a venire a capo della propria vita e di sentirsi totalmente incapace di darsi un indirizzo per il futuro, cosa tanto più sorprendente in quanto aveva avuto un’infanzia molto felice. Il commento dello psicologo era molto semplice: se il giovanotto si trovava ora in questa situazione, non potevano esserci dubbi che anche la sua infanzia doveva essere stata infelice. Ma se penso a come io sono, o meglio non sono affatto, venuto a capo della mia esistenza, almeno fino ad oggi, devo supporre che anche la mia infanzia non sia stata così felice come immagino. Naturalmente non sono ora in grado di ricordare momenti particolarmente dolorosi della mia età infantile; ciò che mi è rimasto degli anni dell’infanzia mi appare, al contrario, per lo più molto bello e mi parrebbe ora esagerato mettere in evidenza singoli momenti di infelicità infantile, dando loro un rilievo che non meritano. No, tutto andò sempre bene, anzi, molto bene. Credo che il guaio sia stato proprio questo: che tutto andava troppo bene. Nella mia giovinezza sono sempre stato al riparo da quasi tutte le piccole infelicità e soprattutto da qualsiasi problema. Devo essere più chiaro: non ho mai avuto problemi, non sapevo che cosa fossero i problemi. Ciò che mi è stato risparmiato nella mia giovinezza non fu il dolore o l’infelicità, ma piuttosto i problemi, e quindi anche la capacità di affrontarli. Si potrebbe paradossalmente dire che proprio il fatto di nascere nel migliore dei mondi sia stata la mia rovina; il fatto appunto che in questo migliore dei mondi tutto fosse sempre boriosa soddisfazione, armonia e felicità, questo fu il disastro. Un mondo sempre e soltanto felice e armonioso non esiste; il fatto che il mondo della mia giovinezza sia stato sempre e soltanto armonico e felice dimostra che non poteva che essere falso, basato su presupposti sbagliati e sulla finzione. Si potrebbe spiegare la cosa così: non sono cresciuto in un mondo infelice, ma in un mondo falso. E quando una cosa è veramente falsa, non occorre aspettare molto per veder comparire l’infelicità; arriva da sola. A proposito dei miei ricordi infantili vorrei dire ancora una cosa: temo che nel mio racconto mancherà quasi completamente una ricostruzione cronologica dei fatti. Non cercherò cioè tanto di raccontare singoli eventi (che sarebbe assai facile annotare in ordine cronologico), quanto piuttosto di chiarire a me stesso i diversi stadi della mia presa di coscienza; nella maggior parte dei casi non riesco a ricordare quando si è trattato di semplici intuizioni o di un’evoluzione più o meno nebulosa o quando invece di una vera certezza. Per di più, negli anni della mia gioventù non sarei affatto stato capace di formulare le mie impressioni e rendermi veramente conto delle mie reazioni. Molte cose quindi oggi le colloco nel tempo molto diversamente da quanto avrei fatto quando le vivevo nella realtà e perciò vi sono molti particolari di cui oggi non so più dire in che anno della mia vita sono realmente accaduti. L’elemento più importante del mio mondo giovanile, il leitmotiv, è indubbiamente quell’armonia di cui ho già detto. Degli anni dell’infanzia vera e propria – gli anni in cui si è soltanto bambini – preferisco non parlare, per non correre il rischio di proiettare nella mia infanzia qualcosa che oggi mi appare plausibile e assai probabile, più di quanto possa in realtà concretamente ricordare. Passo quindi subito al mondo in cui ho vissuto quando ero ragazzino. Un mondo armonioso al di là di ogni possibile immaginazione. È difficile dare qui un’idea sufficientemente globale di questa armonia. L’armonia del mondo nel quale sono cresciuto era così perfetta da far fuggire inorridito anche l’essere più armonico della terra. L’atmosfera della mia casa paterna era armoniosa in maniera addirittura proibitiva. Voglio dire che a casa nostra tutto doveva essere perfettamente armonico, non poteva essere altro che armonico, per meglio dire non esisteva il concetto o anche soltanto la possibilità di qualcosa di disarmonico. Mi si potrà obiettare che l’armonia totale non esiste, che vi può essere luce solo là dove ci sono ombre e che in una luce che non sopporta né vuol saperne di ombre ci deve per forza essere qualcosa che non va. Su questo sono perfettamente d’accordo. Il dubbio amletico che gravava su casa mia era: armonia o non essere? Tutto doveva essere armonioso; situazioni problematiche non ne dovevano esistere, perché in tal caso il mondo si sarebbe inabissato. Tutto doveva essere senza problemi; o se non lo era, si doveva fare in modo che lo diventasse. Su ogni argomento ci doveva essere sempre una sola opinione, una discordanza di vedute sarebbe stata la fine di tutto. Oggi capisco anche perché una divergenza di opinioni a casa nostra sarebbe equivalsa a una piccola fine del mondo: non avevamo la possibilità di litigare. Voglio dire che non sapevamo come si fa a litigare, esattamente come uno può non sapere come si suona la tromba o si fa la maionese. Non conoscevamo la tecnica del litigio e perciò ci astenevamo, come chi non sa suonare la tromba si astiene dal dare concerti di tromba. Eravamo quindi costretti a non metterci mai in situazioni che portassero al litigio. Le conseguenze erano catastrofiche: tutti eravamo sempre della stessa opinione. Così, se si dava qualche volta il caso che le cose potessero apparire diverse, era ovvio che per noi non poteva logicamente trattarsi che di un malinteso. Era semplicemente sembrato che ci fosse una divergenza; le opinioni erano state solo apparentemente divise, e una volta eliminato il malinteso, si faceva evidente che tutte le nostre opinioni in realtà erano perfettamente identiche. Oggi so che nella mia giovinezza non ho mai imparato ad avere una mia opinione personale; ho imparato soltanto a non averne affatto. In effetti da ragazzo e anche da giovanotto non ho mai avuto delle opinioni. Dubito di aver imparato dai miei genitori la parola “no” (è invece probabile ch’essa sia entrata nel mio vocabolario per caso, negli anni della scuola), perché in casa nostra non veniva usata, essendo perfettamente superflua. Il fatto di dir sempre di sì a tutto non era però sentito come una necessità sgradevole, peggio, una costrizione; era un bisogno diventato istintivo, la cosa più naturale del mondo. Era l’espressione dell’armonia totale. In fondo però il nostro continuo dire di sì era effettivamente una necessità (anche se non consapevolmente avvertita): perché che cosa sarebbe mai accaduto se qualcuno avesse detto di no? Il nostro armonico universo si sarebbe trovato di fronte un orizzonte al quale non era preparato e che bisognava tener “fuori”, a qualunque prezzo. Così dicevamo di sì. Suppongo che non si possa venire al mondo con il sì obbligato, così non posso neppure definirmi un “nato a dire di sì”; vorrei però sottolineare che sono stato educato in modo perfetto a dire di sì. Oggi mi riesce difficile dire fino a qual punto noi – o forse anche soltanto: fino a qual punto io – abbiamo vissuto quel “no” eternamente taciuto come lo scheletro dell’armadio. Qualche volta e in qualche modo quello scheletro deve pur essersi mosso, ma non me ne posso ricordare. Certo deve essersi mosso con estrema cautela. I miei genitori comunque non pensavano volentieri agli scheletri e non potevano certo sentire ciò che non pensavano. Io avevo il gusto del macabro molto più di loro; forse da ragazzino l’avrò anche sentito, senza peraltro rendermene conto. A questo proposito va anche detto che non soltanto dir di no era assolutamente impensabile: spesso diventava terribilmente difficile anche solo fare una enunciazione. Chi diceva una cosa era pur sempre almeno in parte consapevole che gli altri avrebbero dovuto o voluto rispondere di sì alle sue affermazioni, così per delicatezza evitava di dire qualsiasi cosa che avrebbe potuto eventualmente rendere difficile il naturale consenso da parte degli altri. Quando si trattava di dare un giudizio dicendo quanto era piaciuta una cosa, poniamo un libro, bisognava prima, come quando si gioca alle carte, valutare quali sarebbero state le eventuali reazioni degli altri, per non correre il rischio di esprimere un giudizio senza la certezza del generale consenso. Oppure si tirava per le lunghe, fino a quando si poteva sperare che un altro osasse farsi avanti per primo e dire la sua opinione, alla quale poi ci saremmo tutti logicamente uniti. Insomma, aspettavamo sempre che fosse un altro a tirar fuori la castagna dal fuoco, facendo la sua brava affermazione, dicendo di una cosa, ad esempio, che era “bella”, o magari addirittura “magnifica” o persino “straordinaria”. Che se poi colui che aveva parlato per primo avesse detto invece che era “brutta”, tutti ci saremmo sentiti in dovere di unirci a quel “brutta” o magari anche “orribile”. Così mi abituai a non dare mai un mio giudizio personale, ma ad unirmi sempre al giudizio degli altri. Mi abituai a non valutare io stesso le cose, ma ad apprezzare sempre e soltanto le cose che gli altri dicevano “giuste”: ciò che gli altri trovavano giusto piaceva anche a me, e ciò che gli altri non trovavano giusto non incontrava mai il mio gradimento. Leggevo “buoni libri” e mi piacevano perché sapevo che erano “buoni”; ascoltavo “buona musica” e mi piaceva per lo stesso motivo. Ma che cosa fosse “buono” erano sempre gli altri a deciderlo, mai io. Persi così ogni capacità di reazioni spontanee, di simpatie o preferenze. Avevo imparato che la musica classica era “buona”, ma che le canzonette e il jazz erano “cattivi”. Perciò ascoltavo musica classica, come facevano i miei genitori e la trovavo “buona”, e detestavo il jazz, di cui sapevo che era “cattivo”, sebbene non avessi mai ascoltato del jazz e non avessi la più pallida idea di che cosa fosse in realtà. Avevo soltanto sentito dire che era “cattivo”, e ciò mi bastava. A questo proposito mi viene in mente un’altra mia assai dubbia propensione giovanile: quella per tutto ciò che era “elevato” e di questo avrò qui ancora largamente occasione di parlare. Sapevo – tanto per restare nell’esempio – che il jazz era cattivo, ma notavo che tutti i miei compagni di classe e in generale tutti i ragazzi della mia età ascoltavano volentieri musica jazz e anche canzonette e ogni sorta di “cattiva” musica, e allora arrivai alla seguente conclusione: io avevo capito ciò che era “giusto” ed ero arrivato alle cose più “elevate”; avevo già imparato a distinguere ciò che era buono da ciò che era cattivo. I miei compagni di scuola, un po’ ritardati, erano rimasti ancora alla stadio della “cattiva” musica, mentre io ero già assurto alle altezze della “buona” musica. Del fatto di non possedere alcun termine di paragone e non aver quindi maturato una scelta tra l’una e l’altra musica, ma di essermi ciecamente affidato al pregiudizio della “buona” musica classica e della “cattiva” musica moderna, non mi ero assolutamente reso conto. Non avevo fatto un solo passo avanti oltre l’assioma che in arte tutto ciò che è vecchio è per principio “buono” mentre tutto ciò che è moderno è per principio “cattivo”; Goethe e Michelangelo erano “buoni” perché erano morti; ma Brecht e Picasso erano “cattivi” perché erano moderni. Ero convinto di aver saltato un ostacolo e di essermi elevato ad amatore della musica classica, quando in realtà non mi ero mai sognato di azzardarmi ad affrontare un ostacolo, al contrario, lo avevo aggirato. In questo modo avevo appaltato per mio uso un po’ di quanto era “elevato” e da quell’altezza potevo guardare in basso, verso gli altri, senza rendermi assolutamente conto di quanto fosse vuota in realtà questa mia apparente superiorità. Il primo disco che comperai con il mio denaro fu quindi qualcosa di assolutamente classico e “giusto” – probabilmente qualche noioso pezzo di Mozart o di Beethoven – ed ero molto fiero del mio “giusto” acquisto. Il primo disco che mio fratello, di tre anni minore di me, si comperò con i suoi soldi poco tempo dopo, fu l’allora popolarissimo Criminaltango. Io sorrisi con sufficienza della scelta del mio fratellino, perché sapevo che il Criminaltango era orribilmente “kitsch”; ci vollero molti anni prima che riuscissi a capire che mio fratello aveva però scelto in base al suo gusto personale, senza sottostare alla censura di un esangue e puramente teorico “buon gusto”, e che quindi la sua scelta, essendo la più spontanea, era anche la più “giusta” nel vero senso del termine. A quel tempo non avevo alcuna capacità di giudizio, nessuna personale predilezione, nessun gusto individuale, ma seguivo stupidamente l’opinione degli altri, l’unica che poteva esser giusta, l’opinione di un consesso di persone che consideravo capaci di giudicare, che rappresentavano l’opinione pubblica e sapevano ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. E ogni volta che pensavo di aver raggiunto anch’io il livello di questo immaginario ordine giudicante, ne ero felice e mi sentivo orgoglioso. Come avevo appreso nella mia famiglia, ciò che contava nella vita non era l’opinione del singolo, ma l’opinione dei più, e soltanto colui che era in grado di condividere, in maniera il più possibile illimitata, l’opinione dei più, solo quello era al giusto posto nella vita. Naturalmente questo costante, perpetuo inseguire l’opinione giusta, l’unica veramente valida, mi portò molto presto a una grande vigliaccheria in tutte le questioni di giudizio, così che il mio ormai smisurato orrore per ogni forma di coraggio mi rendeva totalmente impossibile ogni presa di posizione spontanea. Alla maggior parte delle domande che mi venivano fatte usavo rispondere che non sapevo, non ero in grado di valutare, oppure che la cosa mi era indifferente; a dare una risposta ci arrivavo soltanto quando sapevo in anticipo che sarebbe stata quella che ci si aspettava, conforme cioè ai canoni previsti. Credo di essere stato allora davvero un piccolo, spaventatissimo Kant, che riteneva sempre e soltanto di poter agire in modo rispondente alla legge generale. Da tutto ciò nacque per me un mondo singolare di cui oggi potrei anche ridere, se non sapessi quanto è stato in seguito rovinoso per me. Leggevo dunque “buoni” libri, vale a dire non ne possedevo altri; non avevo la minima idea di come fossero i “cattivi” libri. Sapevo soltanto che erano “robaccia”, ma non sapevo in che cosa consistesse questa robaccia. Fui assolutamente sbalordito quando mi resi conto che esisteva anche la possibilità che un “buon” libro in determinati casi potesse anche non piacere. Avevo letto l’Ekkehard di Scheffel, e naturalmente lo avevo trovato “buono”. Una ragazza della mia età, che vide il volume nello scaffale della mia libreria, mi domandò un giorno se il libro mi era piaciuto. Dentro di me pensai: Che domanda stupida – si sa che è un “buon libro”, una cosa tanto ovvia che non la si chiedeva neppure. Naturalmente risposi di sì. Quando poi in risposta mi disse che a lei non era piaciuto affatto, non riuscivo a riavermi dallo stupore, perché l’idea che un “buon” libro potesse non piacere, era qualcosa che andava troppo al di là del mio orizzonte. In seguito tornai a riflettere sulla cosa e arrivai alla conclusione che, dal momento che a quella ragazza non era piaciuto, quel libro doveva essere considerato “cattivo”. Piccoli ricordi infantili come questi possono naturalmente apparire insignificanti e ridicoli e non ho difficoltà ad ammettere che in sé non dicono ancora molto. Sono convinto però che questi piccoli esempi di carattere aneddotico contengano già tutta la rovina che doveva poi abbattersi su di me. Voglio dire la coercizione della mia piccola, o per meglio dire, già fin d’allora atrofizzata personalità, in cui non ci doveva essere nulla di personale, proprio perché tutto doveva adeguarsi al giusto e al genericamente valido, perché altrimenti l’“armonia” avrebbe corso il rischio di essere intaccata e questo, lo sapevo, non poteva, non doveva accadere. La fine dell’armonia sarebbe stata la fine di tutto. Devo però qui ancora una volta ripetere che quel periodo giovanile per me non fu affatto infelice; era semplicemente “armonico” e questo era molto, molto peggio. Da un lato la convinzione di fare e dire sempre la cosa giusta mi dava una certa sensazione di sicurezza; dall’altro però mi si apriva davanti un campo denso di pericoli, non appena mi ritrovavo a non sapere esattamente che cos’era il giusto e mi vedevo nella situazione di dover fare affidamento sul mio personale giudizio, l’unico che mi preoccupavo con tutte le mie forze di soffocare. Ricordo una conversazione con un compagno di scuola che mi chiedeva che cosa mi interessasse in particolare. Non sapevo che cosa rispondergli e lui allora cominciò ad interrogarmi su questo o su quell’altro argomento che avrebbe potuto eventualmente interessarmi. Era chiaro che dovevo comunque dire di no, anche se mi era terribilmente sgradevole, dal momento che non ci ero abituato e non mi piaceva dire di no e oltre a tutto intuivo che l’altro si interessava proprio alle cose per le quali io dicevo di non aver alcun interesse. Vedevo già farsi avanti, a proposito dell’interesse per tutte quelle cose, lo spettro di una divergenza di opinioni, cosa che ero da sempre abituato ad evitare ad ogni costo. Finalmente mi domandò se anch’io amassi gli animali. Sebbene io di tutti gli animali avessi invece una tremenda paura, non ebbi il coraggio di deluderlo, mentii e dissi di sì, anche se intimamente ero convinto che quel sì avrebbe avuto conseguenze disastrose e che lui avrebbe potuto invitarmi a giocare con i suoi animali. Forse perché il mio sì non era suonato molto convincente, volle ancora sapere se per caso mi piacevano le automobili. Ma questa volta ero io che mi facevo un punto d’onore di essere della sua stessa opinione, così mentii e affermai che le automobili mi piacevano molto. Lui allora replicò che, personalmente, delle automobili non sapeva che farsene. Così avevo sbagliato due volte: la prima volta avevo mentito per cortesia e non mi aveva creduto; la seconda avevo ancora mentito per cortesia e avevo completamente fallito lo scopo, che era quello di essere della sua stessa opinione; l’unica cosa che non potevo fare era essere sincero. Ma da quell’esperienza non imparai nulla. Anzi, credo di essermi guastato in questo modo molte amicizie, e per molti anni, solo perché avevo paura di poter un giorno trovarmi ad essere di parere diverso o che qualcosa potesse non essere “giusto”. Se volevo continuare a ballare sulle uova in quel modo non potevo permettermi di essere sincero. Il fatto che io non sia mai riuscito ad avere una mia personale opinione può anche apparire un po’ esagerato; sembra impossibile che per me non siano mai sorte situazioni di conflitto più profonde, tali da costringermi a prender partito. Ma devo dire che nell’arte di sfuggire ero davvero preparatissimo e davanti alle domande sgradevoli, quando non rifiutavo di dire la mia, avevo sempre a disposizione una quantità di tecniche di aggiramento. Uno degli ausili favoriti per cavarsi d’impaccio quando si trattava di avere un po’ di coraggio, era nella mia famiglia la parola “difficile”. “Difficile” era la parola magica, la parola chiave per mettere in disparte tutti i problemi che si potevano presentare, e in tal modo tener fuori dal nostro intangibile mondo tutto ciò che poteva costituire un elemento di disturbo o di disarmonia. Quando a casa nostra, ad esempio in una conversazione a tavola, minacciava di introdursi una questione delicata, subito si diceva che la cosa era, appunto, “difficile”. Questo serviva a chiarire subito che il problema in questione era tanto complesso e ricco di implicazioni assolutamente inconcepibili, che si escludeva automaticamente la possibilità di discuterne, quasi che il problema andasse al di là della capacità di comprensione, del vocabolario e dello spirito umano. La parola “difficile” portava in sé qualcosa di assoluto. Come non è facile parlare dell’assoluto perché l’uomo, in quanto essere finito, non ha sufficienti capacità di fantasia per questo, così anche le cose “difficili” parevano muoversi nella sfera di ciò che resta inaccessibile all’uomo. Bastava arrivare a capire che una cosa era “difficile” e già era diventata tabù. A questo punto si diceva: ah, questo è davvero difficile, quindi non ne parliamo e lasciamo perdere. Allora si poteva non parlare più; forse era persino lecito non farvi più cenno, perché “non è bene per la gente parlare di cose difficili”. Vorrei quasi dire che la parola “difficile” aveva un valore magico; quando di una cosa si diceva che era “difficile”, era come pronunciare una formula magica, la cosa era sparita. Fra le cose “difficili” c’erano però quasi tutti i rapporti umani, la politica, la religione, il denaro e, naturalmente, il sesso. Oggi credo che tutto ciò che è interessante fosse a casa nostra “difficile” e di conseguenza non se ne parlava. Se però cerco di ricordare di che cosa si parlava, devo dire che non mi viene in mente granché. Il cibo, probabilmente, quasi certamente il tempo, la scuola, naturalmente e, ovvio, la cultura (anche se soltanto quella classica e riguardante persone trapassate). Per contro, mi ricordo ancora di quando per la prima volta nella mia giovane vita venni a sapere che si poteva anche parlare di cose interessanti e addirittura eccitanti. Fu in occasione di una gita scolastica, durante la quale passammo la notte in un rifugio in montagna. Di questo, per la verità, avevo avuto un po’ paura, perché mi ero immaginato che i miei compagni si sarebbero accorti della mia paura e mi avrebbero tormentato con i loro stupidi scherzi. Contrariamente alle mie previsioni, dovetti constatare che gli altri ragazzi, una volta spente le luci, continuavano a chiacchierare fra di loro delle cose più interessanti del mondo e mi avvidi di venire ben presto coinvolto anch’io nella conversazione. Si trattava di problemi religiosi e dei pregi e valori di una particolare setta religiosa, alquanto bizzarra, alla quale apparteneva un mio compagno. Per me era un avvenimento straordinario trovarmi d’un tratto a parlare di cose così interessanti; era un’esperienza che in vita mia non avevo mai fatto. Sebbene oggi debba pensare che quella conversazione notturna nel rifugio di montagna non può essere stato l’unico discorso appassionante della mia vita giovanile e certo deve essermi capitato una quantità di altre volte di trovarmi in circostanze analoghe, tuttavia devo dire che negli anni della mia adolescenza non mi accadde mai di avvertire la totale mancanza di discussione, la povertà del discorso come una carenza vera e propria. Conoscevo cioè altri luoghi dove le cose erano più interessanti che a casa mia, ma non sentii mai l’atmosfera della mia casa paterna come insulsa. Al contrario. Consideravo merito particolare dei miei genitori quello di trovare tutto “difficile”, perché ciò mi appariva come una chiara dimostrazione di superiorità: nella mia limitatezza io vedevo tutte le cose ancora tanto semplici da poterle senz’altro tradurre in parole. I miei genitori invece, tanto più esperti e saggi, avevano già raggiunto un livello più alto, dal quale vedevano chiaramente che le cose “non erano così semplici”, ma al contrario, appunto, “difficili”, tanto difficili, persino, da non poterne neppure parlare. Nel mio infelice bisogno di tendere a quella superiorità, tentavo di raggiungere anch’io un livello di più profonda consapevolezza fino a vedere anch’io che le cose erano davvero “difficili”. Così mi abituai anche, come avevo imparato dai miei genitori, a non riflettere più su niente e a crogiolarmi alla luce delle scoperte difficoltà. A quel tempo naturalmente non mi passava neppure per la testa che prima di raggiungere quello stato di elevazione spirituale, di tipo buddista, in cui non è più necessario lambiccarsi il cervello sulle cose, bisogna aver fatto un lungo tirocinio di pensiero. (E a questo proposito bisognerebbe aggiungere che un simile Budda sarebbe portato a vedere tutto come “semplice” piuttosto che come “difficile”.) Ma questa elevatezza che io postulavo per il mio comportamento era per me oltretutto estremamente comoda, come lo era per tutti noi: non avevamo bisogno di impegnarci, né di esporci; l’unica cosa che dovevamo fare era di trovare tutto “difficile”. Se nel mio ricordo il “difficile” era soprattutto prerogativa della mia povera mamma, mio padre era invece maestro nell’arte del “senza confronto”. Nella maggior parte dei casi mia madre si contentava di trovare le cose “difficili”; mio padre invece faceva volentieri un passo più in là e dava alle cose il colpo di grazia, strappandole dal loro naturale contesto e dichiarandole “senza confronto”. Non si sentiva mai in grado di mettere cose diverse in rapporto fra loro e usava dire che “non era possibile fare un confronto”, abbandonandole così a mezz’aria, nel vuoto più assoluto. Questa sua arte si esercitava peraltro spesso su cose molto simili, che avrebbero stimolato chiunque al confronto. Ma in questo modo era tanto più facile evitare ogni discussione sul valore o sul non valore delle cose, poiché una cosa acquista un vero valore solo se confrontata con altre, così come la luce può essere chiara solo se confrontata con il buio. Se questa caratteristica di mio padre nel campo estetico restava un’innocua bizzarria, trasferita su altri piani, specialmente sul terreno politico, assumeva forme grottesche. Così, ad esempio, quando la Svizzera fu chiamata a votare l’introduzione nel Paese del diritto di voto alle donne, mio padre era perfettamente d’accordo che tutti i Paesi del mondo all’infuori della Svizzera avessero dato il voto alle donne, ma ciò era per lui ben lungi dal significare che la Svizzera era arretrata rispetto agli altri Paesi perché non lo aveva ancora introdotto, in quanto il diritto di voto alle donne negli altri Paesi non lo si poteva naturalmente confrontare con quello della svizzera, cosicché non si poteva affatto dedurne che il voto alle donne fosse un bene per la Svizzera. Anche mia madre, poverina, fece immediatamente suo questo insegnamento e diventò nemica giurata del voto alle donne. Persino quando tale diritto venne realmente introdotto nel Paese, mia madre continuò a restare della sua opinione, ripetendo senza posa quanto le ripugnava quel diritto indesiderato e quanto continuasse ad esservi contraria. In casa nostra appariva evidente che era assolutamente disdicevole fare dei confronti fra la giustizia russa e quella spagnola, dal momento che i russi erano comunisti, e perciò era delittuoso che uccidessero la propria gente per ragioni politiche. Il governo spagnolo invece era contro il comunismo e perciò non era affatto male che perseguitasse i suoi cittadini. Inoltre il regime di terrore per gli spagnoli era in realtà una vera “fortuna”, perché così avevano “ordine e tranquillità”. (Il sottile confronto con l’Unione Sovietica, che è senza dubbio lo Stato in cui maggiormente regna “l’ordine e la tranquillità”, nessuno pensava di farlo.) Ma anche un confronto fra i campi di concentramento spagnoli e quelli tedeschi del periodo nazista non era possibile; il fatto che il fascismo di Hitler fosse cattivo, non autorizzava minimamente a dedurre che anche il fascismo di Franco fosse cattivo, perché le due cose non erano, per l’appunto, paragonabili. Pareva proprio che le cose di questo mondo non fossero in sé e per sé paragonabili. Ma le cose non paragonabili sono sempre per loro natura prive di valore e se ne stanno isolate e incomprese in un gelido spazio irreale. Non stimolano alla critica né al consenso; non impegnano, non hanno alcuna risonanza; sono, appunto, al di là di ogni confronto. Questa era l’immagine che anch’io avevo del mondo. I conflitti non esistevano, e non avrebbero neppure potuto esistere, perché le cose del mondo scivolavano via senza scontrarsi, in un sistema di assoluta assenza di rapporti. Ovviamente questa totale assenza di attrito era una cosa positiva: dove non c’è attrito c’è armonia, e dove c’è armonia tutto è nell’ordine più perfetto. Naturalmente io non sapevo di non stare al di sopra di questo mondo pieno di attriti, ma di essere io stesso un oggetto in un gelido spazio irreale. Al contrario, anche questa incapacità a mettere le cose in rapporto fra loro, a confrontarle, mi pareva, esattamente come la valutazione del “difficile”, soltanto l’espressione di un più alto livello intellettuale. Capivo che non fare confronti era segno di intelligenza. Chiaramente a quel tempo le mie nozioni di etimologia erano ancora troppo scarse e non sapevo che la parola “intelligente” viene da “intellegere” e significa quindi esattamente il contrario di ciò che cominciava a configurarsi in me come la quintessenza di ogni capacità intellettiva. Tutto ciò che non era “difficile” o “non confrontabile” e quindi non sopprimibile in questo modo, veniva a casa nostra semplicemente rimandato all’indomani, il “domani”, questa data prediletta di tutti i deboli ai quali promette consolazione e conforto, dal momento che “domani” di solito significa “mai”. Ma quanti modi, quante formule c’erano per dire di no sotto la copertura del “domani”! “Questo è davvero un problema interessante; me ne occuperò volentieri nei prossimi giorni.” “La sua offerta ci invoglia molto; la studieremo con piacere domani o dopodomani.” In casa dei miei genitori il motto era: mai precipitare le cose! Questo non precipitare però consisteva di norma nel non affrontarle mai. Innumerevoli volte mi sono trovato testimone, ogni volta sbalordito, di una scena che si ripeteva sempre secondo schemi precisi: i miei genitori ricevevano una proposta o un’offerta che, lo sapevo con sicurezza, non li interessava minimamente; ma per cortesia non si arrischiavano mai a dire chiaramente di no e, proprio per questo, si sprecavano in grandi gentilezze e ringraziamenti, con la promessa che ci avrebbero pensato “con molto piacere”. E a fondo, naturalmente. Perché ogni decisione doveva essere valutata molto “a fondo”, quanto più a fondo tanto più a lungo, così che questo “a lungo” diventava facilmente un “troppo a lungo” e finiva in un “mai”. |