La mano di una donna


Il vento stava lacerando le piante rupestri, scuotendo via i riverberi dalle foglie della coprosma reprens, torturando quei martiri di professione, gli alberi autoctoni. A quello che in origine doveva essere apparso un paesaggio austero, una lunga corsa di rocce e sterpaglie verso il mare, era stato impedito di indossare la propria naturale espressione dalle case parassite che gli si abbarbicavano ostinate come cera su rami d’arancio malati. Non che le case non fossero, quasi tutte, tecnicamente desiderabili, alcune perfino Case Incantevoli in cui sarebbe valsa la pena fare irruzione. Sebbene i proprietari di quelle più recenti ne fossero sicuramente consapevoli, avevano esposto quasi tutti i loro beni dietro lastre intatte di vetro a specchi. Probabilmente il motivo inconfessabile era godersi il panorama, ma, a quanto sembrava, avevano finito per esserne sopraffatti. O annoiati. I proprietari delle incantevoli case lungo la spiaggia sedevano nelle loro celle mondane a giocare a bridge, leccarsi il cioccolato dalle dita, in un caso copulare, sopra un lenzuolo di ciniglia rosa, sul letto matrimoniale.
Evelyn Fazackerley distolse lo sguardo. Era, in ogni caso, quella che avrebbe definito una giornata divina. Questo, il passo con cui Harold stava camminando, e l’aria pungente l’avevano lasciata senza fiato.
“Dovresti camminare più piano”, suggerì, perché era arrivato il momento di farsi sentire. “A questo serve la pensione”.
Era il tipo di osservazione ignorato da Harold. Il loro matrimonio ne era costellato. Per questo non era spiacevole.
Forse era perché era andato in pensione così all’improvviso, quasi da un giorno all’altro, che aveva difficoltà a crederci, e si era rifugiato nel moto perpetuo, nonostante tenessero l’appartamento come pied-à-terre.
Evelyn ricambiava con gli occhi socchiusi lo sguardo delle facce di vetro delle case accalcate l’una contro l’altra. Nel generale abbacinamento del paesaggio e nello sfinimento fisico di una camminata inutile ma virtuosa, sentiva il caldo slancio del desiderio che soltanto le cose materiali possono suscitare.
“Come sono tutte volgari!”, disse.
E venne automaticamente assolta.
“Non c’è niente di sbagliato nell’essere ben allineate”.
Se la voce di lui sembrava stanca, non era per la camminata – era infatti rimasto un uomo fisicamente attivo – ma per essersi ricordato del ganglio di tubature sul muro neo-tudor di fronte al loro appartamento neo-tudor.
“Oh, su!”, disse Evelyn. “Ci sono certi standard che quelli che sanno non possono permettersi di trascurare”.
Evelyn era una che sapeva. E lo stesso Harold. Solo che a lui importava poco.
Harold era di nuovo assorto nel problema mistico del suo pensionamento. Prima che avvenisse diceva sempre: La pensione sarà il periodo della vita in cui leggerò i libri che ho comprato e mai letto, quando rileggerò Guerra e Pace, e forse capirò Dostoevskji. Probabilmente scriverò qualcosa io stesso, qualcosa di solido e basato su fatti concreti circa il cotone in Egitto, o magari un libro di viaggio. Forse un paio di articoli per il Blackwood’s. E invece, in realtà, la pensione non aveva significato niente di tutto questo. Ammesso che fosse qualcosa, si trattava più che mai dell’attesa prolungata di un momento di rivelazione o realizzazione, che non aveva niente a che vedere coi libri, le altre menti, ma dipendeva da lui solo in parte.
Era fortunato ad avere Evelyn.
“Credi che questa strada conduca da qualche parte?” domandò lei, e sorrise allo spazio.
Sebbene potesse essere erroneamente scambiata per una donna delicata, e a lei stessa piacesse credere di essere minacciata, era meno fragile che resistente, o fibrosa. Certo, di tanto in tanto, quando la sua sensibilità veniva messa a dura prova, cominciava a soffrire di strani mal di testa, ma non provava quasi mai affaticamento fisico. La sua debolezza, sosteneva, stava nel non saper mai trovare abbastanza cose su cui esercitare la sua mente iperattiva. E non sapeva neppure starsene semplicemente senza far niente. Avreb-be dovuto considerare seriamente di iniziare a fare volontariato in qualche organizzazione benefica, come Meals on Wheels. Era brava a parlare con gli anziani, ed era così gratificante vedere nelle loro vecchie facce l’apprezzamento dei consigli.
“Perché non dovrebbe portare da nessuna parte?” chiese Harold.
“Scusa?”
“La strada. È un’escursione di un giorno, giusto?”.
“Sì”, rispose lei. “L’intenzione era questa”.
Avevano consumato un pranzo piuttosto cattivo – costolette bruciacchiate e banana fritta ammucchiate su una foglia di lattuga – in un giardino roccioso rivestito in cemento accanto all’autostrada. Da quel punto in poi non avevano potuto far altro che seguire una delle strade laterali.
Evelyn colse un mazzo di spighette, e respirò a fondo, troppo a fondo, tornando per un momento agli anni prima di conoscere le risposte.
“Sì”, disse. “Siamo fortunati ad avere abbastanza da mangiare. E il clima. Il clima australiano. Ci pensi essere al posto dei Burd. Gestire quella terribile stazione di servizio. Lontani da tutto il resto, la valle del Tamigi è così umida”.
Harold continuò a sgranocchiare camminando con passo elastico davanti a lei. Evelyn riusciva a sentire l’odore accettabile della sua pipa. Preferiva la compagnia degli uomini per la semplice ragione che le piaceva che il sentimento fosse ricambiato. Le donne non gradivano la sua onestà.
“A lungo andare”, disse, “essere australiani paga”.
Ma poi provò di nuovo una piccola fitta di senso di colpa. Sprofondò il mento nel mazzo di spighette argento chiaro.
“Credi che Win Burd lavori davvero nella stazione di servizio?” chiese, ma solo distrattamente. “Che infili la pompa nelle auto degli estranei?”.
“Se è quello che ti ha scritto”.
“Alcune donne non si attengono strettamente alla verità”, notò Evelyn. “E tu conosci Win”, scoppiò a ridere nel modo che riservava per le persone di cui era costretta ad accettare gli sbagli, “le è sempre piaciuto molto drammatizzare”.
Questo non parve infastidire Harold.
“Comunque, che lei lavori alla pompa o meno, è troppo terribile per pensarci”, continuò Evelyn, “Win e Dudley ridotti a mandare avanti una stazione di servizio!”
La sua bocca si fece sottile e sbigottita, come se la sventura avesse riguardato lei.
“La maggior parte di loro sono nella stessa barca – la maggior parte degli inglesi”, disse Harold, “dopo Suez”.
“Ma i Burd”, protestò Evelyn, “avrebbero potuto comprare e vendere tutto. La scala che portarono dall’Italia doveva essere costata più di quel che aveva la maggior parte degli altri”.
Fece attenzione a non includere se stessa e il marito.
“Non era incantevole!”. Sospirò. “Marmo rosa”. Gli ospiti ricominciarono a salire la scala rosa per essere ricevuti, quelli che erano stati invitati dai Burd, con affetto professionale, gli altri, con ironia mascherata da tatto. Evelyn – era una donna intelligente – aveva visto tutto ed era sempre stata contenta di essere dal lato giusto dell’ironia di Win e Dudley. Il fatto che Harold amministrasse i loro affari in un paese del colore sbagliato la fece diventare quasi una di famiglia.
Win Burd aveva rallegrato le feste. Non riusciva a fare a meno di vestirsi in maniera stravagante. Le sue incantevoli cosce affusolate e le sue gambe erano fatte per essere mostrate, e lei non si lasciava sfuggire l’occasione. Quel Fante di Cuori in lamé d’oro l’anno in cui il Ragazzino Grasso mostrò un interesse troppo caloroso. Nonostante lo scandalo, Win doveva aver ricavato un’enorme soddisfazione dallo snobbare un re. L’estate in cui i Fazackerley trascorsero un lungo periodo di congedo in Australia, Win aveva insistito affinché Evelyn portasse via con sé il Fante di Cuori: tanto utile sulla nave, poi tiralo in mare. Evelyn aveva accettato soltanto perché non poteva rifiutare senza apparire scortese. Anche se naturalmente non aveva indossato niente di tanto audace, per non dire vergognoso, come la tunica tintinnante di Win. Sia durante il viaggio, che dopo, Evelyn aveva riflettuto sulla generosità del loro principale, cercando di non mettere la cosa in relazione all’immagine delle proprie cosce, sempre piuttosto scarne. Aveva venduto il costume subito dopo essere sbarcata a terra.
“Forse Win riesce a tollerare la stazione di servizio”, disse rivolta ad Harold. “Aveva una vena di qualcosa. Non esattamente volgarità. Durezza. Probabilmente quel che diceva la gente era vero”.
“Cosa diceva?”
“Oh, lo sai. Del coro”.
“Non ricordo”, disse Harold, nonostante lei fosse sicura del contrario.
“Povera Win, aveva un cuore d’oro. Ma, mio Dio, non era bruttina!”
“La faccia di una capra e il corpo di una statua. Non tutte le donne sono così fortunate”.
“Oh, Harold, non dovresti!”
“Cosa ho detto? Ci sono uomini che hanno un debole per le capre – e perfino per le statue, a quel che so”.
“Oh, Harold! Che cosa terribile! Da gente malata!”
Ma in realtà l’adorava. Adorava l’opportunità di usare quella parola in.
Sembrò che le case di successo appese lungo il crinale saltassero in approvazione della sua gioia perspicace. Il loro numero però stava diminuendo, osservò. E questo, insieme al vento giù per il décolleté, le fece venire freddo. La sua risata tremolò e si spense.
Evelyn disse, “Spero proprio che non scoppierà la guerra”.
“Cosa te l’ha messo in testa?”.
“I miei investimenti, naturalmente. Dove saremmo senza?”
“Nei pasticci come tutti gli altri”.
Evelyn non era disposta a discutere. Lei non era semplicemente tutti gli altri, indipendentemente da ciò che Harold decideva riguardo a se stesso.
La strada era sbiadita in una cicatrice indistinta di arenaria sotto l’insistente collina dal crinale affilato.
“Ecco”, disse lei, “ti avevo detto che si sarebbe interrotta. Nessuno sarebbe così folle da costruire in un posto tanto brullo, nessuno se non un suicida”.
Poi la piccola, esile, casetta di legno abbarbicata al terreno si offrì all’ultimo guizzo della strada che andava scomparendo.
Harold disse, “A qualcuno è convenuto costruirci”.
“Cosa? Quello! Quel tugurio!”
Di certo la casa di legno non poteva pretendere di essere molto di più. Stretta a quella che era praticamente una scogliera, non aveva niente che suggerisse che l’opera di costruzione era stata portata avanti con facilità o perizia. Fu il dilettantismo inerme della casa a sollevare il disprezzo rosso scuro di Evelyn. Fu una specie di onestà nelle sue proporzioni dolorosamente raggiunte, nella sua scala fuori piombo costruita con legno scadente e nel balcone rivolto verso il mare a commuovere Harold e a riempirlo del desiderio di qualcosa che non sarebbe mai stato capace di portare a termine. Forse andava bene lo stesso vedere la casa come un tugurio, immaginare animali grandi e morbidi rivoltarsi sulla paglia, oppure enormi uccelli satinati che contemplavano l’oceano da dietro le sbarre di legno. Anche se non l’avrebbe mai confessato a Evelyn, la sua immaginazione l’aveva aiutato spesso.
Ma proprio in quel momento Harold Fazackerley si ritrovò disorientato dalla realtà.
La testa, il volto, le spalle solide di un uomo comparvero sulla scala esterna fuori piombo, sollevandosi al di sopra del livello del tetto, della strada, per guardare dentro la cassetta delle lettere in cerca di una di quelle lettere che, si rese conto Harold, l’uomo non si aspettava di trovare.
Allo stesso modo, l’espressione sul volto anonimo era diretta verso gli estranei in strada: dubbiosa, ma carica di speranza.
Fu allora che Evelyn udì suo marito, non esattamente chiamare, ma belare, piuttosto, preso alla sprovvista. Fu sconcertante, una cosa simile che usciva dalla bocca di un uomo come lui.
“Clem? Clem, giusto? Dowson?”.
Da sotto i capelli corti e ispidi, il volto arrossato e dalla pelle ruvida dell’uomo ammise il nome con grande diffidenza. Questo fece infuriare Evelyn. Su quell’uomo sapeva già troppe cose. Le persone ottuse la irritavano in un modo quasi altrettanto evidente che il sangue. Oh sì, lei sapeva!
L’eccitazione stava facendo perdere a Harold il controllo della bocca.
“Ti ricordi di Clem. Evelyn!”.
Si girò.
Harold, si accorse Evelyn sconvolta, era ringiovanito. Si sarebbe presa tutto il tempo che le ci sarebbe voluto.
“Clem Dowson?”
Probabilmente sarebbe potuta andare orgogliosa della sua incapacità di ricordare.
“Il Simla. Il Nepal”. Harold l’aiutò.
Poi lei cominciò, vagamente, sospirando, a permettere a se stessa di ri-cordare uno sgraziato ingegnere, su un primo transatlantico, e poi su un secondo. Da allora, notò, il sole e il vento l’avevano reso più trasparente. In quei giorni il vapore e il sudore della sala macchine l’avevano mantenuto del colore e della consistenza della crosta di rognone. Opaco. In seguito, a terra, quando aveva avuto l’opportunità di conoscerlo meglio, non ci era riuscita.
“Ah sì perché naturalmente sì!”.
Indipendentemente dai sentimenti che uno poteva provare, c’erano sempre gli obblighi sociali, e così Evelyn stava sfoderando quello che sapeva essere il suo charme. Ma non le era mai importato niente degli ingegneri. I commissari di bordo, adesso, erano quasi sempre piacenti, primi ufficiali capaci a volte di ammaliare, ma gli ingegneri, perfino quando pagavano da bere a una signora bianca, sembravano rimanere sempre nei ponti sottostanti insieme alle loro macchine, o come si chiamavano quelle cose.
“E così è qui che si è nascosto!”. La fece sembrare un’incantevole battuta.
“Sì”, rispose Dowson.
Non cercò di scusarsi, anche se il suo corpo massiccio si attaccò alla fragile ringhiera in cerca di sostegno, tremando leggermente. Si sarebbe potuto pensare che fosse stato il vento a scuoterlo, se non fosse stato protetto dalla sua comica casa. Si era messo in quel modo, Evelyn si permise di rendersi conto, anche in un’altra occasione, in una posizione quasi identica, reggendosi a un albero di mango.
E così adesso, mentre lo guardava, disse, “Mi chiedo esattamente quanto tempo sia passato da quando la portammo con noi sul Delta”.
“Abbastanza”, borbottò Dowson, allentando la presa e tornando a stringere la balaustra con le dita grandi e irsute.
Quei capelli tagliati a spazzola, senza dubbio un tentativo per mascherare la calvizie, gli davano un’aria ancora più rozza e gli facevano sembrare gli occhi più azzurri, la faccia più enorme ed esposta agli attacchi.
In quanto a questo, mentre se ne stavano lì in mezzo alle pietre e al silenzio, immobili come statue, tutti e tre si ritrovarono temporaneamente piuttosto esposti, incapaci di fare affidamento sull’inganno delle parole.
Finché Harold non spezzò il momento con quel candore che Evelyn aveva disapprovato prima di imputarlo all’innocenza e al suo sesso.
“Ad ogni modo, Clem”, disse, “non credi sia arrivato il momento di mo-strarci il tuo nascondiglio? Suppongo che ti sia costruito la casa da solo.”
Dowson scoppiò a ridere. Si girò. Mentre scendeva la scala di legno ciondolava la testa e continuava ad anelare leggermente. Se non rispose a Harold, era senza dubbio perché lui stesso stava rispondendo alle domande che gli aveva appena fatto.
I Fazackerley lo seguirono, come da inteso.
“Che cosa intelligente!”
Ancora prima di varcare la soglia Evelyn sapeva quale linea assumere. Era così semplice. E lei così esperta. Con gli uomini timidi e noiosi.
“Non vorrà mica dirmi che ha fatto questo? Questa piccola ingegnosa credenza coi ripiani girevoli!”
Dowson allungò la mano e tenne la sua per un momento, con fermezza, quasi fino a farle male, attraverso il guanto.
“Solo con un dito”, ammonì. “Basta toccarla delicatamente”.
Se l’incidente non fosse stato così insignificante probabilmente Evelyn si sarebbe offesa. In quelle circostanze, lasciò semplicemente perdere.
“E questo cos’è?” chiese. “Questo surreale strumento in filo metallico?”.
“È una delle mie invenzioni. Serve a togliere le uova dalla pentola – automaticamente – non appena hanno finito di bollire”.
“Che cosa divertente!”.
E patetica.
“Se almeno Harold avesse la metà del suo talento. Adesso che siamo in pensione, minaccia soltanto di leggere libri, ma poi non trova mai il tempo di farlo”.
Guardò il marito come a chiedere perdono per la piccola ferita che era stata spinta a infliggergli. Ma a quanto sembrava lui non se ne era accorto. Erano così tante le cose che gli uomini non riuscivano a notare.
La cucina era tutta molto bella. Il soggiorno – era impossibile sperare di vedere la camera da letto – avrebbe dovuto essere più gratificante, perché più personale, rivelatore. Ma, in realtà, fu una delusione. Troppo spoglio, troppo abbagliante. Le due poltrone, le fodere troppo strette. La scrivania: c’erano sopra un paio di arnesi, cui lei non riuscì a interessarsi, boccette di inchiostro colorato, quello che probabilmente era un dizionario. Neppure una fotografia. A Evelyn piaceva immensamente poter ricollegare le foto ai rispettivi proprietari, o più precisamente, adorava le fotografie che non potevano essere spiegate.
Ma, su un piccolo, orribile, tavolino giallo, c’era una cesta con dentro delle matasse di lana. E un calzino allungato su un uovo da rammendo. Questo fece nuovamente inumidire le labbra di Evelyn ormai sempre più secche.
Alle cinque erano seduti davanti al tè di Dowson, il tipo di miscela di colore rosso scuro che ci si sarebbe potuti aspettare, in spesse tazze bianche dozzinali, che mostravano una brina di tannino a mano a mano che la marea si ritirava. Harold era chinato in avanti con aria seria sopra la tazza inclinata, gli occhi grigi – Evelyn era sempre andata orgogliosa della loro onestà – soprappensiero in maniera irritante, mentre la bocca lottava per comunicare una goffa preoccupazione.
“E cosa fai tutto solo?” gli chiese Harold quando finalmente ne ebbe il coraggio.
Era quasi come se fosse imbarazzato a discutere di cose tanto personali di fronte a sua moglie.
Dowson era seduto e si tirava i ciuffi di peli che gli crescevano sul dorso delle dita. Poi tirò indentro la bocca, e mise a fuoco gli occhi scandalosamente azzurri.
“Sto seduto a guardare l’oceano”, rispose schietto a Harold.
Harold parve trovarla una risposta perfettamente normale, mentre nella gola di Evelyn salì un sospiro, sorta di protesta contro un atto immorale.
“Ma è così vuoto. La maggior parte del tempo, quantomeno. Fatta eccezione per qualche barca priva di interesse. Le navi sono interessanti solo quando ci sei sopra”, riuscì ad ansimare.
Nessuno dei due uomini le prestò attenzione.
“Sei fortunato a sapere come”, continuò Harold.
Evelyn avrebbe anche potuto non essere nella stanza.
Dowson scoppiò a ridere – per Harold. In un modo inaspettatamente gentile.
“Non dico che non ci sia bisogno di pratica. All’inizio”.
“Sì”, disse Harold. “Ma l’inizio – è quello il difficile”.
Poi Dowson si allungò in avanti e chiese, “E che ne è stato di quelle poesie che scrivevi una volta?”.
Evelyn sollevò la testa.
“Poesie?”. Sembrava quasi che Harold avesse paura.
“A scuola”.
“Oh, sì. Ai tempi della scuola”.
Evelyn stava leggermente oscillando.
“Quello era un inizio”, suggerì Dowson.
Evelyn aveva mal di testa. Naturalmente sapeva, ne aveva sentito parlare, ma molto tempo fa, Clem Dowson e Harold avevano frequentato la scuola preparatoria insieme. Era il vento a farle venire il mal di testa, oppure l’atmosfera di noia che il loro ospite creava semplicemente con la sua presenza fisica.
“Ma pensa un po’, ti ricordi di quelle poesie”, disse Harold, e rise. “Io me ne ero dimenticato”.
Ma non era così.

Powered by Glamm Team Suisse