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Corrispondenza di guerra per codardi — capitolo 1 al-Diwaniyah, Iraq 2003 1 Come trattare un rappresentante della stampa morto La giornata, come la maggior parte delle mie giornate in Iraq, era cominciata male. Come al solito, quella mattina mi svegliai tremando violentemente, tutto dolorante per un’altra notte passata nell’Humvee. Svegliarsi, ovviamente, non dovrebbe essere un processo difficile o traumatico. Per i primi ventisette anni della mia vita l’avevo fatto ogni giorno senza neppure pensarci. Apri gli occhi. Sbadigli. Ti dai una grattatina alle palle. Guardi il soffitto. Scendi dal letto. Ma svegliarsi in un Humvee in prima linea durante un’invasione è una cosa diversa. La prima cosa che si nota è il contorcimento necessario a dormire dentro un veicolo da guerra: la testa ciondola a una manciata di centimetri dal pavimento di metallo nudo; la gamba destra si trova da qualche parte dietro l’orecchio sinistro. Hai la spina dorsale a pezzi neppure fosse un bastoncino da cocktail. Se la guerra non ti uccide, dormire dentro un Humvee rischia di farlo. Pensate a quello che è successo a David Bloom, il giornalista della NBC: morto a trentanove anni per “trombosi venosa profonda” – conosciuta anche come Sindrome da Classe Economica – dopo aver trascorso una notte di troppo nella sua “Bloom-mobile”. In un Humvee, è più come la Sindrome da Classe Cargo. Poi, a spezzoni, arriva il replay mentale di quello che è successo durante la notte: le urla di «Lampi! Lampi!»; la ricerca assurda e maldestra della maschera antigas, degli stivali e dei guanti di gomma alle tre del mattino; i rapporti sulle vittime che arrivano per radio. E poi ti ricordi dei sogni quasi allucinatori: immagini sdolcinate color seppia di genitori, zie, zii e nonni. E insieme a quello arriva il senso di colpa – che cosa stai facendo al giovanotto che i tuoi famigliari hanno passato anni ad accudire con amore? E, naturalmente, cosa stai facendo a loro, i tuoi famigliari, che cercano di trattenere nello stomaco il boccone indigesto ogni volta che accendono la televisione? Oh sì, è meglio dimenticarsi dei sogni di guerra. E alla svelta. Dall’esterno, l’Humvee dalla dentatura rada sembra appartenere al Sunset Boulevard: un’automobile da città più grande della media dipinta con colori militari e abbastanza spazio sul retro per una vasca idromassaggio e la PlayStation. All’interno però il veicolo da 2,3 tonnellate era stipato di equipaggiamenti radio, razioni di cibo e una grande piattaforma circolare per il mitragliere, un sergente zelante e ormai in là con gli anni che in un’altra vita avrebbe potuto fare l’istruttore di educazione fisica. I suoi stivali da deserto danzavano al ritmo delle sue ansie da qualche parte alla mia destra. L’arma sul tettuccio era una calibro 50 – il tipo che durante la seconda guerra mondiale si usava per abbattere gli Spitfire. Bastava un colpo all’addome per spezzarti in due come un petardo. Di fronte a me sedevano il giovane autista irlandese-americano, “Fighting Dan” Murphy e il capitano mezzo di Trinidad della nostra unità Rick Rogers, conosciuto da tutti tranne che da sua madre come “Buck”. Subito dietro di me c’erano invece due sudicie uniformi verde giallastro della Guardia Repubblicana Irachena e un kalashnikov malridotto, tutta roba confiscata durante un violenta e terrificante incursione in una casa fuori Nassiria. Gli stretti sedili dell’Humvee, riempiti di gomma piuma da quattro soldi e ricoperti di tela strappata e inzaccherata di fango, erano un’aggiunta. Dopo due settimane, avevo le natiche completamente ricoperte di piaghe. C’è stato perfino un momento in cui avrei giurato che avessero cominciato a sanguinare. «Porca miseria, guardate quanto è grosso quello scorpione!» Era Murphy, alcune notti prima. Aveva appena scoperto lo svantaggio di dormire per terra nel deserto, che scintillava e si contorceva in un’enciclopedia di animaletti striscianti. Il marine, che aveva a malapena l’età sufficiente per comprare alcolici e che parlava con un profano accento irlandese strascicato, fissava incredulo la creatura che aveva appena disturbato quello che in una zona dell’Iraq soggetta alle bombe passava per sonno. Schiacciò il burbero aracnide con il fucile. «Capitano, ha visto? Quel figlio di puttana avrebbe potuto strisciarmi dentro il sacco a pelo. Ed entrarmi su per il culo!» Buck era steso sul cofano dell’Humvee, a fissare le costellazioni scintillanti nel cielo. Il rumore sordo e distante delle bombe lanciate sulle postazioni della Guardia Repubblicana echeggiavano attraverso l’infinità di fango e sabbia. «Dormi sopra il mezzo, Murphy», disse, impaziente. «Se ti metti lì non ti striscerà nel culo niente.» «Dov’è il tipo della stampa?» chiese Murphy. «Sul retro. Il sergente si è messo davanti. Dormi sul tettuccio.» Dal retro dell’Humvee sentii sputare del tabacco, aprire un sacco a pelo e un marine piccoletto e nervoso che si arrampicava sul veicolo. Con un colpo, Murphy si issò sul tettuccio dell’Humvee. Da qualche parte, scoppiò un’altra bomba e altri iracheni morirono, orribilmente. «Qualche cazzo di stella», disse Murphy. «È come essere in vacanza», bofonchiò Buck. Di fronte a me sentii frusciare la tuta antibatterica di Hustler. «Personalmente, sto pensando di comprarmi una casa in Iraq dove ritirarmi dopo la pensione», dichiarò. «Oppure aprirò il primo dannato Starbucks di Baghdad.» Naturalmente dormire per terra aveva anche un altro svantaggio: c’era lo sfortunato rischio di rotolarsi e andare a finire su una mina – probabilmente messa lì per qualche iraniano, ai tempi in cui gli americani appoggiavano gli iracheni. Farmi saltare in aria le gambe, pensavo, avrebbe interferito e non poco con la mia agenda di quella mattina. E poi avrebbe rovinato anche il sacco a pelo di piume d’oca che avevo comprato a Beverly Hills – ai tempi in cui ero pagato per scrivere di feste esclusive e prime cinematografiche. Non che quella mattina la mia agenda prevedesse niente di esaltante. Quella particolare mattina, come la maggior parte delle altre in Iraq, la prima cosa che dovevo fare era scavare una buca a forma di bara nel fango riarso delle paludi, la sconfinata terra di nessuno dove si incontrano il Tigri e l’Eufrate. In teoria se uno salta in una buca durante un conflitto a fuoco, le sue chance di sopravvivere aumentano dell’80 per cento. Era questa statistica, più che il desiderio di un po’ di duro lavoro, a farmi scavare buche ogni volta che cambiavamo postazione. Ma, per tutti quelli che hanno studiato attentamente la teoria, è difficile prendere sul serio una buca, quasi altrettanto difficile che prendere sul serio un’uscita di emergenza illuminata su un Boeing 747. Tanto per cominciare, a meno che uno non ci sia già dentro prima che arrivi il missile o il colpo di mortaio, è probabilmente già troppo tardi. E poi mi ricordai di quello che l’istruttore del SAS – un tozzo settentrionale con occhi crudeli e una stretta di mano meccanica – mi aveva detto al campo di addestramento per giornalisti: «Anche se ci sei dentro» disse con un ghigno e un barlume di smalto argentato, «la buca ti proteggerà solo se la scheggia del mortaio esplode verso l’alto.» Sollevò gli occhi al soffitto. «Ma alcuni mortai sono progettati per esplodere verso il basso.» Aggrottò la fronte. «Ed è allora che la buca diventa inutile.» Naturalmente diventa inutile anche se il mortaio che esplode nel tuo accampamento contiene una fiala di vaiolo, o di gas velenoso. Se Fodor’s avrà mai l’occasione di pubblicare una guida sull’Iraq, non ci saranno molte informazioni sulle paludi. Dopotutto, sono una parte apocalittica e brulla del paese che tanto per dirne una è priva di fascino. Dopo la prima Guerra del Golfo, Saddam fece prosciugare le paludi e mandò i suoi seguaci a compiere un’epurazione omicida dei Ma’dan, o arabi delle paludi, che avevano vissuto lì per 5000 anni. Quel pazzo con i baffi considerava i pacifici Ma’dan come una minaccia per il suo partito Ba’ath. In meno di dieci anni, i Ma’dan furono virtualmente spazzati via e la loro vecchia casa divenne una terra desolata – e spazzata dal vento – di ammassi di fango, trincee abbandonate e occasionali caprette solitarie e malnutrite. I pochi Ma’dan ancora in vita sembrano apparizioni, con le ossa che sporgono fuori dalle ampie vesti di tela di sacco. Al nostro arrivo nell’area gli avevamo gettato qualche genere umanitario. L’ironia, naturalmente, è che il terreno di proprietà dei Ma’dan contiene in profondità abbastanza petrolio da poterci comprare la Microsoft, e la General Electric per sovrapprezzo. Ma a causa delle sanzioni seguite alla prima Guerra del Golfo, il leader iracheno non è mai riuscito a trasformare in profitto il suo genocidio. Quella brutta mattina, mente cominciavo a scavare la buca, l’unica cosa di cui mi importava era che in superficie il fango aveva la consistenza dell’impasto per le torte, mentre più andavo a fondo più diventava duro come caramello congelato. Con il fango e la crema solare che mi colava sulla fronte e negli occhi, continuai a dare colpi alla terra per quella che mi parve un’eternità sisifica. Era un esercizio straziante: quella notte le paludi erano ghiacciate, indurendo la terra rincalzata. L’Iraq ha la reputazione di paese caldo, ma – come prima o poi la guida Fodor’s informerà turisti più tranquilli – il freddo è altrettanto estremo che durante l’ignominiosamente mal organizzata missione Bravo Two Zero in Iraq nel 1991 un membro del SAS morì di ipotermia. A mano a mano che si alzava il sole, e il fango era ancora piuttosto morbido, la temperatura salì stoicamente verso i 38 gradi, obbligandomi a togliermi di dosso gli strati di abiti North Face da alpinista alla moda che avevo compresso dentro la mia sbrindellata tuta antibatterica. Ma non avevo il coraggio di togliermi di dosso la maschera antigas assicurata intorno alla vita con una cinghia, o la borraccia sigillata di acqua da bere che tenevo sul fianco. Continuavo a tenermi addosso anche il pesante giubbotto antiproiettile blu, con la parola “press” stampata sopra a grandi caratteri bianchi riflettenti. Buck, Murphy e Hustler trovavano divertente avvicinarsi, premermi una mano sul petto e dire: «Ti sto pressando!» Gli piaceva anche sottolineare come probabilmente il mio giubbotto fosse l’unica cosa blu nella parte meridionale del deserto iracheno – se non in tutto il paese – e come per questo non avrebbe potuto fare a meno di attirare l’attenzione perfino dei più giovani e inesperti tiratori iracheni. Avrei persino potuto allargare l’area del bersaglio blu staccando e abbassando una lamina speciale di kevlar imbottito per proteggermi le palle. E questa era una cosa che li faceva veramente morire dal ridere. Almeno, scherzavano, avrei potuto sperimentare sulla mia pelle se il giubbotto era davvero in grado di fermare un colpo di AK47 come prometteva. Tutti i marines, mi resi conto, mi stettero lontani a lungo. Il tempo passava. Io continuavo a menare colpi alla terra. Mi accorsi che tirava un vento insolitamente forte, che sollevava fango secco dai margini della palude, dando al mondo una strana tinta arancio marrone. Proprio ciò di cui avevo bisogno, pensai: che il mondo diventi più surreale di quel che è già. Mentre scavavo la buca, mi ricordai il grossolano atto di codardia che mi aveva fatto sbarcare in Iraq. Ero a Los Angeles – dove ero stato mandato dal Times per scrivere storie leggere e bizzarre sulla Costa Ovest – e stavo dormendo profondamente quando il pavimento sotto il mio letto cominciò a ronzare e tremare. Era il telefono. Dall’altra parte della cornetta c’era Martin Fletcher, responsabile della redazione esteri del Times, nonché mio capo. La sveglia sul comodino segnava le 6.30. A Londra però erano le 2.30 del pomeriggio. Fletcher si era alzato almeno otto ore fa e, peggio ancora, aveva appena pranzato. Mentre era a pranzo infatti gli venivano spesso delle idee. Che di solito significavano lavoro per me. «Ayres, ti andrebbe di andare in guerra?» mi chiese Fletcher allegramente, mentre Alana, la mia fidanzata, era stesa accanto a me, profondamente addormentata, inconsapevole del fatto che la conversazione che stavo avendo in quel momento avrebbe presto cambiato tutto, per sempre. Cercai di richiamare un po’ di sangue alle cellule cerebrali che avevano il compito di rispondere alle domande spesso sconcertanti di Fletcher. Tuttavia, la sbornia della sera precedente e la mancanza di un espresso complottavano contro di me. «Sì!» dissi senza riflettere. «Mi piacerebbe da morire!» Il mio cervello, incapace di elaborare i dati in entrata, aveva richiamato automaticamente una risposta standard, come un browser di internet richiama quando non è online una home page dalla sua memoria. Rispondi positivamente, ricordava il mio cervello. Fatti sentire entusiasta. D’altronde tutti pensano che i corrispondenti esteri amino la guerra. Che razza di giornalista preferirebbe starsene disteso ai bordi di una piscina a West Hollywood, a bersi cappuccini dell’Urth Café e scrivere delle feste date in occasione della serata degli Oscar con Donald Trump e Elton John? Omero non ha forse scritto nell’Iliade che ogni uomo dovrebbe provare cos’è la guerra, perché la guerra, come l’amore, è uno dei misteri centrali dell’esistenza? O si trattava di Hemingway? Aspettate un attimo, Hemingway non ha detto che in guerra “si muore come cani senza una buona ragione”? Adesso ero sveglio. Fletcher continuava: «Sembra che gli americani abbiamo una specie di piano... e tu devi assolutamente prenderne parte, Ayres. Bene». Di riflesso feci un altro rumore di assenso, e Fletcher riattaccò. Merda, pensai tra me e me, e mi rimisi a dormire. Sognai il Sunset Boulevard, la scritta di Hollywood, Mulholland Drive. Quando mi risvegliai, mi resi conto di cosa avevo fatto. Fletcher parlava sul serio? Probabilmente no, ragionai. Perché mai manderebbe in guerra un ventisettenne corrispondente da Hollywood senza nessuna esperienza di conflitti? La sola idea era assurda. Senza dubbio mi sarei ritrovato a scrivere un “pezzo di colore” dal Qatar su uno chef dell’esercito che preparava uova strapazzate per le truppe. Ecco quale sarebbe stato il mio contributo all’impegno del giornale verso la guerra. Tuttavia, nel caso in cui Fletcher avesse parlato sul serio, preparai un ingegnoso piano di fuga – mi avrebbe fatto apparire entusiasta, addirittura eroico, tenendomi allo stesso tempo lontano dai proiettili veri. Sarei stato assegnato a una portaerei. Non mi importava un bel niente di cosa avevano detto Omero o Hemingway. Nessuno muore come un cane senza una buona ragione su una portaerei americana. Era difficile concentrarsi sulla buca, laggiù nelle paludi irachene. Sebbene fossi in guerra da quasi una quindicina di giorni, non mi ero ancora acclimatato ai tuoni prodotti dall’uomo che a pochi minuti l’uno dall’altro facevano tremare i cumuli di fango con ondate di pressione. Le vibrazioni erano così violente che senza dubbio sarebbero state registrate sulla scala Richter. Io però stavo cominciando a imparare la differenza tra l’una e l’altra: il rimbombo distante erano bombe fatte cadere dagli F-15; i colpi che ti schiaffeggiavano in volto erano spari che provenivano dai cannoni howitzer da 155 millimetri della nostra unità; i pum-pum-pum, nel frattempo, erano i mortai iracheni in arrivo. Di tutti i rumori, il peggiore era proprio quello. Ovviamente, io cercavo di reagire con una mescolanza di machismo e nonchalance. Ma non funzionava. Quasi ogni esplosione mi faceva cadere di mano la pala e gridare involontariamente «CHE CAZZO ERA QUELLO?» I marines si giravano a guardarmi, socchiudevano gli occhi nel sole fioco e polveroso e spiegavano: «Qualcuno che ha colpito qualcuno». Poi scuotevano la testa – forse delusi dal “tipo della stampa”, o più probabilmente impauriti dalla pura forza dei combattimenti che stavano avvenendo intorno a loro. «Ragazzi, non mi piacerebbe proprio essere colpito da un affare come quello», aggiungevano, pensierosi, scuotendo di nuovo la testa. «Sarebbe schifosamente brutto.» Era difficile non essere d’accordo. «Sì», azzardavo io, «non sarebbe per niente piacevole.» Mi raffiguravo mentalmente il bagno di sangue a una manciata di chilometri di distanza, mentre colpi grandi come taniche di benzina, che uscivano sibilando dai nostri howitzer, si dividevano in gruppi di mini bombe e cadevano come pioggia su quelli che stavano sotto, portando con sé infelicità allo stato puro. «Buon lavoro, marines», avevo sentito dire da un maggiore il giorno prima. «I carri armati davanti non avevano altro con cui combattere se non pezzi di corpo.» Non c’era da sorprendersi che i marines a cui ero stato assegnato si chiamassero orgogliosamente i Long Distance Death Dealers, I Distributori di Morte a Lunga Distanza. Erano efficienti come operai. Una catena di smontaggio che sfornava a ciclo continuo pezzi di corpo iracheni. Non ci sono dubbi: a Fletcher avrei dovuto dire di no. Ma il mio istinto agonistico ebbe la meglio su di me. In altre parole, non avevo le palle. Fletcher è un giornalista del Times vecchia scuola. Alto e magro come un maratoneta, una chioma di capelli corvini arruffati, un cervello da un miliardo di megabyte e un sorriso impenetrabile; è un corrispondente estero inglese che sembra uscito da un ufficio casting. Anche se tecnicamente è un dirigente, va in ufficio in bicicletta e non indossa mai la cravatta. È, manco a dirlo, irritantemente brioso per un uomo sulla soglia dei cinquanta, con una moglie e tre figli adolescenti. («Fletcher è proprio attraente» mi confidò una volta una collega). La sua carriera è sempre stata brillante: dopo aver studiato a Edimburgo e in Pennsylvania, per quasi un decennio ha diretto l’ufficio di Washington del Times ed è stato responsabile generale per le notizie dall’America – l’equivalente giornalistico dell’essere il cantante leader dei Rolling Stones – prima di fare l’inviato da Belfast e pubblicare un best-seller sui suoi viaggi in giro per l’America intitolato Almost Heaven. A Londra non è un segreto che Fletcher detesti essere segregato dietro una scrivania. Mentre torreggia sul suo computer, lo fa sembrare un insignificante giocattolo. Fletcher è un giornalista da missione sul campo. Possibilmente un campo esotico e pericoloso. Riusciva a malapena a sopprimere l’invidia nella voce quando mi mandava negli angoli più remoti degli Stati Uniti. «Vai! Spassatela!», gridava, «Ci sarà da divertirsi un mondo! Pensa a noi poveracci che ce ne stiamo qui dietro una scrivania… OK? Bene.» Fletcher concludeva quasi tutte le conversazioni con “bene”, pronunciato in maniera così brusca e veloce che le due “e” diventavano quasi superflue. Dava l’impressione di essere così occupato da dover essere il più conciso possibile, come una email scritta in fretta e furia: “Bn”. Io desideravo disperatamente che Fletcher mi rispettasse e se avessi rifiutato la sua proposta, pensavo, lui non mi avrebbe più considerato un corrispondente estero “all’altezza” e avrebbe mandato qualcun altro al mio posto, richiamandomi da Los Angeles non appena possibile. E così ero io l’unico a cui dovevo dare la colpa per il fatto che stavo scavando più energicamente di un carcerato in Arizona, con addosso una soffocante tuta mimetica contro gli attacchi chimici, una maschera antigas, una borraccia d’acqua e un pesante giubbotto antiproiettile blu che con ogni probabilità era visibile dallo spazio. A intervalli di qualche minuto controllavo automaticamente che la maschera antigas fosse ancora al suo posto e, cosa ancora più importante, che nella fondina ci fosse ancora la fiala di diazepam da 10-mg da autoiniettarsi che mi avevano dato in Kuwait. Il diazepam mi avrebbe procurato una morte felice nel caso di un attacco batteriologico da parte degli iracheni. «Il momento di usarlo è quando inizi a fare il ballo del pollo funky», mi aveva detto sghignazzando la mascolina istruttrice dell’esercito a Kuwait City. Per chiarire il punto si era messa a fare una danza spasmodica. Il “pollo funky”, pensavo, sarebbero state le mie ultime, violente convulsioni: mi sarei afferrato le palle degli occhi mentre il gas vescicante dentro i polmoni mi faceva soffocare per il sangue e il vomito. In diverse occasioni, da quando ero arrivato in Iraq, ero stato tentato di somministrarmi il diazepam in via preventiva. Alla fine, con il sole quasi al culmine del suo arco ascendente, avevo aperto un buco grande come una piccola vasca da bagno. Poi mi fumai una Marlboro Light – una delle ultime prima che la stecca da 200 che avevo comprato d’impulso a Kuwait City arrivasse alla fine. Ogni volta che aspiravo, nei miei polmoni entrava anche il fango che aleggiava nell’aria, che a questo punto mi stava uscendo dal naso e mi faceva lacrimare gli occhi. Le folate di vento si facevano più forti di minuto in minuto e il colore marrone arancio, dovuto al fango, si andava incupendo e ostacolava la visuale. Mi chiesi, e non per la prima volta, se la buca sarebbe diventata la mia tomba, oppure se avremmo cambiato di nuovo posizione, cosa che mi avrebbe costretto a bruciare altre 3.000 calorie per costruirne un’altra. Da quando avevamo varcato il confine iracheno, la nostra unità, che si chiamava Katana, come la spada dei samurai – prima di venire in Iraq era stata infatti di stanza sull’isola di Okinawa in Giappone – non era mai rimasta nella stessa posizione per più di qualche ora. Mentre mi appoggiavo alla pala e fumavo, vidi Buck che mi si avvicinava attraverso la tempesta di fango. La mia giornata era iniziata male, ma prometteva molto peggio. Rick “Buck” Rogers aveva trentun anni, era nero e atletico, con famiglia a Trinidad e in Inghilterra. Mi piaceva molto – portava un coltello da caccia fissato al giubbotto antiproiettile con una cinghia, e parlava di calcio e cricket con voce cantilenante e staccando le parole, cosa che mi ricordava Will Smith – ma capivo che non era felice di portarsi dietro un giornalista straniero durante la sua prima missione di guerra. Soprattutto non un inglese atterrito il cui bagaglio portava via spazio vitale per acqua e cibo nell’Humvee. A essere onesti, non davo la colpa a Buck perché si sentiva frustrato. Durante il tempo trascorso nell’Humvee arrivai a conoscere Buck – e Hustler e Murphy – piuttosto bene. Abbastanza bene, per lo meno, da sapere che ciò che desideravano di più al mondo era esattamente quello che io stavo cercando di evitare: un combattimento. In seguito, molto tempo dopo, quando ormai ero convinto che Buck mi avesse mentito in un accampamento fangoso vicino all’autostrada n. 8, a circa 150 chilometri a sud di Baghdad, capii. Capii sul serio. Era ciò che doveva fare. E forse, in qualche strano modo, Buck si stava prendendo cura del tipo della stampa. Da quando avevamo lasciato il Kuwait settentrionale, Buck aveva continuato a promettermi che mi avrebbe mostrato le linee guida che gli erano state date circa il comportamento da tenere con i giornalisti – per dimostrare, diceva, che non mi stava nascondendo nessuna informazione. «Eccolo qui», disse solennemente, tirando fuori dal giubbotto antiproiettile mimetico un libretto spiegazzato e incrostato di fango. Me lo porse. Era piuttosto sottile. «Tutto è “agli atti”», c’era scritto da qualche parte verso l’inizio. Ma persi velocemente ogni interesse quando arrivai alla parte molto più dettagliata dal titolo “Come trattare un rappresentante della stampa morto”. “Trattate un rappresentante della stampa morto o ferito come se fosse uno dei vostri marines”, consigliava l’opuscolo. «Grazie», dissi, sputando altro sporco arancione, ma Buck aveva già cominciato ad allontanarsi, diretto a passo spedito verso l’Humvee. Sentii un grido, attutito dal vento che soffiava sempre più forte. Poi un altro. Intorno agli howitzer riuscivo confusamente a distinguere del movimento. Poteva significare solamente una cosa: stavamo per rimetterci in marcia. Guardai tristemente la mia buca. Quando salii sul retro dell’Humvee, Buck era visibilmente agitato. Il tempo rendeva quasi impossibile trovare una nuova posizione – ma i comandanti avevano ordinato così. I navigatori GPS della nostra unità – che per tracciare la nostra posizione usavano i satelliti – erano inaffidabili perfino quando faceva bel tempo. E i nostri intensificatori di luce notturna, essenziali per guidare fuori strada durante la notte, non funzionavano con le tempeste di sabbia, quindi probabilmente non funzionavano neppure durante una tormenta di fango secco. Ma gli ordini erano ordini. Io cercavo di prendere appunti, ma l’icona batteria del mio portatile lampeggiava in rosso e i miei taccuini da cronista erano sporchi e ridotti a pezzi. Di solito quando dovevamo trovare una nuova posizione succedeva più o meno questo: l’Humvee del capitano – il nostro – partiva per primo; trovava un pezzo di terra dove i Long Distance Death Dealer potessero piantare le tende; sfornavano qualche altro centinaio di pezzi di corpo iracheni per poi sparire a gambe levate. Essere i primi – non tra i primi, proprio i primi – del corteo aveva ridefinito il mio concetto di terrore. Era questo il motivo per cui le mie natiche, ricoperte di piaghe, erano rimaste serrate da quando avevamo lasciato il Kuwait. Ogni volta che deviavamo dalle piste da poco battute mi aspettavo che saremmo andati a finire su una mina, o che qualche iracheno “irregolare” balzasse fuori dalla boscaglia con dei lanciabombe. Quello di cui avevo più paura era essere catturato. In Pakistan, il reporter del Wall Street Journal Daniel Pearl era stato decapitato, di fronte a una telecamera. Forse la Guardia Repubblicana Irachena avrebbe fatto lo stesso con me. Inoltre mi ero portato dietro una copia di Bravo Two Zero, il resoconto scritto da Andy McNab sul fallimento della missione della sua unità della forza aerea speciale durante la prima guerra del Golfo – scelta non molto saggia, viste le lunghe descrizioni delle torture che McNab aveva subito da parte degli iracheni. Quando alla fine trovavamo una posizione da dove fare fuoco, poteva darsi che fossimo rimasti soli per ore di fronte agli howitzer, trainati da camion fuoristrada. Spesso giravamo in cerchio, con il sergente che scrutava l’orizzonte attraverso il mirino della mitragliatrice dell’Humvee, i pesanti stivali che danzavano il tip tap sulla pedana circolare accanto a me. Masticava la gomma così forte che riuscivo a sentirlo nonostante i gemiti diesel del motore. Dopo aver ricevuto l’ordine di partire, i Long Distance Death Dealer iniziarono a mettere via i loro howitzer, e a quel punto ci allontanammo rombando nell’inquietante bagliore arancione in cerca di una nuova posizione. Fra qualche ora avrebbe fatto buio, ma la tempesta di fango aveva già ridotto la visibilità a una manciata di metri. Io me ne stavo arcignamente seduto sul retro del rombante e sbatacchiante Humvee, fissando la cremagliera per la mitragliatrice di fronte a me. Anche se non mi avevano dato armi, Murphy mi aveva ufficiosamente insegnato a sparare con un fucile M16 di dotazione comune. Non che avessi voluto prendere delle lezioni, naturalmente. «Credo che potrebbe esserci qualche problema etico», risi nervosamente, consapevole di quanto il mio accento inglese dovesse suonare pomposo e assurdo al palestrato marine del Vermont. Di tutti gli uomini della Batteria Katana, o “Kilo”, Murphy era forse quello con cui passavo più tempo, soprattutto per il fatto che continuava a rubarmi le Marlboro Light. Mi disse che il suo soprannome era “Fightin’ Dan”, a causa del numero di risse da night club in cui era rimasto coinvolto. «Si combatte molto a Londra?» esordì la prima mattina che ci conoscemmo. Murphy, che possedeva uno dei vocabolari più sconci che avessi mai sentito, non era un filosofo dilettante e di certo non capiva il mio dilemma etico. Si limitò a fissarmi negli occhi e con accento strascicato disse: «Quindi se ci fosse una tempesta di merda, e tu potessi sparare a un iracheno per salvarmi la vita, oppure NON sparare a un iracheno facendomi morire, che faresti?» Era più un avvertimento che una domanda. Senza contare che avrei dovuto passare il resto della guerra dividendo un Humvee con Murphy. Sghignazzai tra me e me all’idea che i giornalisti “al seguito” – reporter come me, assegnati alle unità militari statunitensi – fossero imparziali sotto ogni punto di vista. Volevo che Buck e i suoi uomini picchiassero gli iracheni come facevano. Dopotutto, era in gioco la mia stessa vita. «Sparerei a quel bastardo», dissi immediatamente. Poi presi l’arma dalle sue mani. Mentre procedevamo lentamente lungo un’autostrada parzialmente costruita, con le facce arancioni per il fango, mi chiesi se avrei mai imparato a usare l’M16. Notai che Saddam aveva costruito orribili piazzole di sosta di cemento, complete di ombrelloni di cemento, a intervalli regolari lungo la strada. Mi fissai in mente di non lamentarmi più di Little Chef. Nel frattempo la tormenta di fango aumentava d’intensità. Ormai quando tossivamo usciva fuori del muco arancione e prendemmo le mascherine che avevamo portato per proteggerci dal fuoco dei pozzi di petrolio. Ma non servirono a molto. Alla fine la tempesta ci obbligò a fermarci. Gli howitzer erano da qualche parte dietro di noi, molto lontano – forse ancora nella vecchia posizione di tiro. Solo un paio di altri Humvee di un’altra unità ci avevano raggiunto. Aspettammo. Sembrava proprio che fossimo soli, e bloccati in mezzo al nulla. Alla radio, sentivamo rapporti di camion capovolti dal vento, e di Humvee che si erano tamponati a vicenda. Sarebbe stato da pazzi proseguire. Si stava facendo buio. Buck prese la radio e ordinò ai marines di non muoversi e di non lasciare il proprio veicolo – avrebbero potuto perdersi nel giro di qualche secondo, e i gruppi di ricerca si sarebbero persi altrettanto velocemente. E poi chi sapeva cosa si nascondeva oltre la berma alla nostra destra, o sugli argini della palude alla nostra sinistra? Mi ricordai di come in Kuwait i capitani dei marines si fossero vantati del fatto che i marines erano “una forza da combattimento per tutti i climi”, che niente di quello che l’annuale stagione primaverile irachena delle tempeste avrebbe potuto gettargli addosso poteva fermare. Ma il vento e il fango mi facevano sentire come il personaggio di una delle poesie di Wilfred Owen che avevo studiato in sesta. (Owen, sfortunatamente, fu ucciso dal fuoco tedesco una settimana prima che la Grande Guerra finisse; sua madre ricevette il telegramma il giorno dell’Armistizio). All’epoca, quelle poesie mi erano sembrate così antiquate, così irrilevanti. Dopotutto, la guerra moderna era pulita, veloce ed efficiente. Gli americani potevano attraversare interi paesi nel tempo che ai tedeschi c’era voluto per avanzare di un metro durante la battaglia della Somme. A me, i cinque giorni di Guerra del Golfo erano sembrati un elettrizzante videogame, combattuto con il laser e apparecchi aerei che parevano disegnati e costruiti su Marte. Questo però non era un videogame. Mi immaginai come doveva sembrare la mia faccia, incrostata, come tutto il resto, di una melma arancione. A rendere il tutto ancora più difficile – e ce ne voleva, considerate le circostanze, pensai – da nord arrivò un temporale, che ci faceva sussultare ogni volta che tuonava. I lampi crearono un problema: anche il nome in codice per le comunicazioni radio in caso di attacco batteriologico con missili Scud era “lampo”. E così, ogni volta che Buck menzionava la tempesta, tutti si allungavano a prendere la propria maschera antigas. A questo punto era così buio che non potevo neppure vedermi la mano guantata di fronte alla faccia. Mi sentivo mancare il fiato. «Se fossi un iracheno, questo sarebbe il momento ideale per attaccare», borbottò Buck. Poi dalla radiò partì uno scoppio di energia statica e qualche notizia catastrofica. Era davvero una giornata da dimenticare. «Abbiamo contatto», crepitò una voce bassa e uniforme. “Contatto” nel linguaggio dei marines, dove tutte le emozioni sono chirurgicamente rimosse per evitare danni collaterali al morale delle truppe, significa essere attaccati dal nemico. Quando si risponde al fuoco diventa “fidanzamento”. Uno scambio nucleare, presumibilmente, è un matrimonio in bianco. Tentai di rassicurarmi dicendomi che sin dalla prima notte dell’invasione eravamo stati “contattati” soltanto da combattenti iracheni dilettanti, che guidavano Toyota e Nissan con le mitragliatrici sistemate sui tettucci. Non sarebbero stati un problema. Sbagliato. Come ci informò la radio, a contattarci stavolta erano una dozzina di carri armati iracheni costruiti dai russi: probabilmente la Guardia Repubblicana. Pensai subito a casa e alla mia famiglia. Era una faccenda seria: più seria di qualsiasi altra cosa ci fosse capitata da quando avevamo lasciato il Kuwait. Non riuscivamo a vedere più in là di un metro. Eravamo in mezzo al buio, ciechi, soli e incapaci di fare alcunché. Forse era solo la mia immaginazione, ma ero sicuro di sentire il rumore stridulo dei motori dei carri armati trasportato dal vento. I carri armati erano stati individuati soltanto perché una delle batterie d’artiglieria dietro di noi aveva illuminato il campo di battaglia sparando un colpo di fosforo bianco nelle tenebre. Ogni colpo di “lume” trasforma efficacemente in giorno dieci ettari di notte e può durare fino a due minuti. La sua luminosità si misura in “candelaggio”, un bizzarro anacronismo, visto che ognuno dei nostri colpi di fosforo bianco equivale a un milione di fiammate pure e semplici. Di fronte a noi, la fanteria gonfiava i muscoli in vista del combattimento. Dietro di noi un’altra unità di artiglieria cominciava a prepararsi per coprirli. Dopo cinque strazianti minuti di attesa, gli howitzer cominciarono a bombardare. Per la prima volta, sperai che i loro colpi fossero il più mortali possibile. Al diavolo la mia delicata sensibilità antiguerra: volevo gli iracheni distrutti, ridotti a pezzi di corpo. Le esplosioni facevano tremare violentemente le paludi. Mi dispiaceva per quei Ma’dan o beduini guardiani di cammelli che per loro disgrazia si erano accampati nel posto sbagliato. Mi sentivo anche come se avessero collegato un idrante di adrenalina al mio sistema nervoso centrale. Mi chiesi come sarebbe stato morire – e come sarebbe successo. Avrei avuto il tempo per rendermi conto che eravamo stati colpiti? Che tipo di danno avrebbe provocato un colpo proveniente da un carro armato costruito dai sovietici? Sarei bruciato vivo o invece sarei semplicemente scoppiato trasformandomi in una “nebbia rosa”, come piace dire ai marines? E cosa avrei provato? Mi raggomitolai sul sedile dell’Humvee, mi avvolsi nel sacco a pelo e chiusi gli occhi. Con la mano destra, feci un piccolo buco nell’apertura in velcro della fondina della mia maschera antigas e controllai che la fiala di diazepam, la droga per una morte felice, fosse intatta. Mi scusai con il Dio in cui non credevo per averlo ignorato per tutta la vita, ma mi trovavo già in una specie di inferno. Pregai che arrivasse il sonno, un sonno prezioso. Ma non ci fu niente da fare. Un altro colpo di lume mostrò come gli howitzer avessero mancato i bersagli: nulla di sorprendente, considerato il vento, che aveva probabilmente deviato il corso dei colpi di intere miglia. I carri armati iracheni stavano ancora mangiando il fango, diretti verso di noi. Probabilmente i loro capitani pensavano che Saddam gli avrebbe decorato il petto di medaglie per ringraziarli di ciò che stavano facendo: eliminare mezzo convoglio di artiglieria americana, arenato nel buio. Immaginai Saddam, i suoi lineamenti da Grande Fratello raggrinziti in un sorriso dittatoriale, che appuntava teneramente onorificenze alle uniformi verde giallastro degli iracheni. Dai loro occhi da cucciolo sarebbero sgorgate le lacrime. «Avete distrutto gli infedeli americani!» avrebbe detto Saddam. Poi, via radio, arrivò il messaggio che tutti volevamo sentire, nonostante pensassimo che fosse impossibile visto il tempo. «Stiamo inviando degli F-15», disse la voce uniforme da basso – intendendo con questo gli aerei da caccia, probabilmente da una delle portaerei su cui avevo tanto disperatamente cercato di imbarcarmi. Buck, che fino a quel momento aveva fissato silenziosamente il crocifisso appeso al cruscotto, si picchiò la mano sulla coscia rivestita in tessuto mimetico. «Ladies and gentlemen», disse, «Gli F-15 sono a casa!» Poi arrivò l’inghippo. «Ci vorranno trenta mikes», disse la voce uniforme – intendendo trenta minuti. Ci fu una scarica sfrigolante di energia statica. Poi, il silenzio. |