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Breve estratto dalla prima parte James Barlow L’anno crudele Parte prima La scuola 1 Wier svitò il tappo del radiatore e versò nella misteriosa cavità dell’auto una caraffa di acqua fredda. Il tappo del radiatore era sormontato da un nudo argenteo, provocante e troppo grande per quella modesta berlina. Ce lo aveva messo l’ultimo dei molti proprietari dell’auto e Wier, benché quella statuina lo mettesse a disagio, non trovava mai il tempo, o meglio il denaro per comprarne un’altra. Era sempre la solita storia: una lunga serie di necessità e di spese, troppo complesse ormai, per poter fare altro che provvedere alle cose principali tra quelle che Freda chiedeva con maggiore insistenza. Mentre sbadigliava, esalando sbuffi di vapore nella fredda aria primaverile, notò il portalettere che passava di casa in casa. Non provò alcun piacere quando lo smunto ex militare aprì il cancello. Qualche fattura, probabilmente. «Graham, è la posta?» «Sì, Freda.» «Che cosa c’è?» Freda nutriva sempre l’assurda speranza che arrivasse qualche sorpresa: denaro, notizie, amici. Wier invece sperava che non accadesse mai niente di nuovo; aveva paura, mentre apriva la busta e rientrava in casa. «Niente», rispose. «L’assicurazione mi ricorda che non ho ancora pagato la quota di quest’anno. Credo di non aver pagato nemmeno quella dell’anno scorso, però.» «Quanto è?» Wier glielo disse. «E che cosa ne ricevi, in cambio?» «Niente!» rise lui. «Ma se mi capitasse di picchiare uno studente, tanto per dirne una, penserebbero a difendermi in tribunale.» «Tu picchiare uno studente?» gorgogliò Freda. «Se non hai nemmeno il coraggio di picchiare me!» Lo disse senza disprezzo, come una pura e semplice constatazione, ma a Wier fece male lo stesso. Arrossì. «E perché dovrei picchiarti?» ribatté, chiedendosi se non lo facesse perché l’amava o se anche quello fosse soltanto vigliaccheria. Un altro l’avrebbe forse picchiata, si lamentava troppo. Wier aveva l’impressione che Trowman, ad esempio, avrebbe picchiato Veronica se avesse fatto troppi piagnistei. Un vigliacco. Questo spiegava tutto. «Bisognerà che paghi», disse. «E io?» piagnucolò Freda. «Tu spendi per questo e per quello, ma io non vedo mai un soldo di più. Cinque sterline la settimana! È ridicolo. Sai quanto ho dovuto spendere per la pentola nuova? Una sterlina. Una sterlina per una pentola!» «Disdirò l’assicurazione, quest’altr’anno», disse Wier. Ma non ne aveva nessuna voglia; la IV C gli faceva paura. Non paura di quel che lui avrebbe potuto fare a qualcuno dei ragazzi: paura per quello che Mitchell, ad esempio, avrebbe potuto fare a lui. Ma come al solito pensò al problema più urgente e immediato; benché Freda non gli avesse chiesto niente, le diede una sterlina. «Portami un po’ di sigarette, ti spiace?» «Bene.» Le si accostò per baciarla, ma Freda stava pensando ad altro. «E un po’ di biscotti.» «Sono di turno alla mensa.» «Li vorrei per il tè.» «Non sarò a casa per il tè. Ho la scuola serale.» «O Signore, che antipatico sei! Dovrò uscire io. Hai sempre qualche scusa pronta.» «Eh sì!» ammise Wier stancamente. «Ho imparato a discutere.» «Hai il dono dell’eloquenza, tu!» ribatté lei, crudele. «Coi bambini e con gli sciocchi, ma non con le persone importanti. Fai scintille quando vai a presentarti, poi quando vedono che razza di smidollato sei…» «Questo posto l’ho avuto», protestò Wier cominciando ad arrabbiarsi, proprio quel che sua moglie voleva. «Su tre candidati», lo schernì Freda. «Immagino che in tutto non ci saranno state dieci domande. Dio, che mortorio è questa città!» Lui si lasciò trascinare nella discussione che sua moglie desiderava. «Sei stata contenta anche tu! Mi hai detto tu di accettare.» «Non avevo visto questo buco sudicio… né questa maledetta casa.» «Insomma, si può sapere che cosa vuoi?» «Non gridare! Finirà per sentirci anche la signora Lane!» «Quella cretina! Vada all’inferno! Dimmi che cosa vuoi e te lo porterò, dovessi rubarlo, maledizione!» Ma Freda non si compromise. Era tutta la loro situazione che avrebbe voluto cambiare, il loro modo di vivere; non voleva che il suo malcontento venisse analizzato, inquadrato, risolto: non le sarebbe rimasto più nulla… «Niente», rispose con uno scatto di collera. «Non mi manca niente.» «Certo che non ti manca niente; hai la casa, l’automobile…» «Quella caffettiera!» «Un marito che ti ama…» «Che mi ama? La chiami amore, tu, quella sudiceria?» «Devoto», insistette lui nonostante il bruciore della nuova sferzata. «Che occupa un posto di responsabilità, ben rimunerato, che è rispettato…» «Ti sei laureato con lode, hai frequentato corsi speciali e non hai nessun riconoscimento tangibile, niente.» «Siamo qui da pochi mesi soltanto. Aspetta che capiscano quanto valgo; vedrai che Ferguson ci penserà da sé.» Ma quelle parole gli bruciavano, sapeva Iddio se gli bruciavano! Freda aveva vinto ancora, come sempre. Perché non le importava o perché le importava troppo? Lui, uno studioso, Graham Wier, dottore in lettere, un vigliacco, uno zero, una figura assolutamente insignificante e sbiadita che nessuno ammirava, né uomini né donne né ragazzi (no, nemmeno i ragazzi, perdio – nessun bambino suo, nonostante “quella sudiceria” – nessuno della scuola). E perché avrebbero dovuto ammirarlo, dopo la notte del 10 agosto 1944? Sembrava un sogno. Non si aspettava che i suoi ragazzi lo amassero come amavano il gioco del pallone o come rispettavano Melkis, per quel che gli avevano fatto i giapponesi; tutto, nella sua persona, era contro di lui, la statura e l’aspetto insignificante, la passione del bere… ma, come il sacerdote che porta Dio, così lui portava in sé migliaia di parole e l’ardore per trasmetterle, seminarle, guardarle crescere, alimentarle, dare loro il calore del sole, trasformare l’ignoranza in conoscenza; non conoscenza di quell’ambiente di miseria e di scarpe sfondate, di prostitute e di ottundimento dei sensi, ma comprensione delle parole, delle sfumature di significato, della lingua. Freda gli resistette. «Va’ via!» Bastava toccarla perché in lui si accendesse il desiderio che lei di rado ricambiava. Era alta, ben fatta, splendida, fuorché nel viso che, pur essendo bello, tradiva le sue smanie, la vergogna di lui, perché anche lei era una fallita. Un viso petulante che mai niente soddisfaceva del tutto. Wier arrossì lievemente al contatto delle sode, riluttanti cosce di lei contro le proprie. «Tu non mi ami, è soltanto lascivia…» protestò Freda; un’osservazione sciocca perché, in fatto di corpo femminile, di moralità, di Dio e di tutto il resto Wier era un idealista, e lei lo sapeva bene. Girò la testa in modo che potesse baciarla soltanto sui capelli bruni e disordinati. O Signore, pensò Wier, perché ci punisci così a lungo per quattordici uomini che sarebbero morti ugualmente? Cercò di scacciare quel pensiero importuno e assurdo: sapeva bene che Dio non c’entrava; era lui, Wier, che puniva se stesso, come faceva da quel lontano 11 agosto del 1944, come avrebbe fatto finché non fosse morto. «Devo invitare Torwman?» domandò. «Se credi. Immagino che beva anche lui.» Freda aveva spremuto fino all’ultima goccia l’insulto e l’offesa, ma questo non sminuiva il suo amore per lei; non la biasimava, anzi condivideva il suo giudizio per quel che riguardava la propria pochezza, la propria incapacità. «Arrivederci, tesoro», disse. «Abbi cura di te.» La scuola, sorta circa otto anni prima, era in una vecchia strada acciottolata e piena di traffico: autobus e autocarri correvano lungo le interminabili staccionate, passavano sotto il ponte della ferrovia e sbucavano a ridosso dell’intricato labirinto dei gasometri oltre i quali il sole accendeva bagliori di illusoria speranza sulle finestre di malinconici edifici a undici piani già diventati, dopo sei anni dalla costruzione, un miserabile sobborgo in stile moderno. Alcuni dei suoi allievi abitavano lì. Arabi e indiani ciondolavano in giro da mattina a sera, oziosi, con le mani affondate nelle tasche, il viso butterato, gli occhi abbacinati e stanchi che scrutavano inutilmente il pesce secco e le prostitute ferme sugli usci, secondo le nuove usanze, limitando il richiamo al lieve movimento dell’anca consentito dalla legge. I bambini più piccoli giocavano su uno spiazzo di cemento, mentre le loro madri fumavano, impreca- vano, discutevano degli spettacoli alla televisione: era e restava un sobborgo miserabile, una frustrazione dei sensi. Freda ne odiava ogni chilometro. «Va tutto bene per te, col tuo dannato idealismo, ma io devo camminare in mezzo a quella sordida confusione. Mi odiano perché sono pulita. Stamattina in negozio hanno servito una prostituta prima di me!» Aveva ragione per quel che riguardava il suo idealismo. Ragione a metà. Perché c’era una parte molto complessa. Aveva proprio toccato il fondo, ora. Qualunque mutamento sarebbe stato un progresso. Avrebbero finito col rispettarlo, lo sentiva. Non potevano conoscerlo e capirlo come sarebbe accaduto in una zona borghese. In zone come quella, i genitori andavano sì e no un paio di volte l’anno a parlare con Wier, che avvertiva spesso il loro stupore: quest’uomo insegna ai miei figli! Altrove il fallimento era deliberato, erano giustificati il cinismo, il disprezzo di Dio, la diffidenza per le parole; ma nel sudiciume e nella miseria la verità si faceva strada da sola. Si riconosceva in lui e in ventuno altri il desiderio di insegnare. Ma ciò nonostante non era uno dei loro, non ci si aspettava che lo fosse. Quando lo prendeva la smania di bere scivolava in qualche osteria di infimo ordine per non farsi vedere dai colleghi, ma pur piccolo, insignificante com’era, deliberatamente disordinato, lo riconoscevano subito. Bastava che parlasse per ordinare una pinta di birra e la sua voce lo tradiva; vagabondi, affittacamere, prostitute, invertiti, vecchi che aspettavano soltanto di morire, tutti lo guardavano, come un nuovo strano pesce nell’acquario, e tutti capivano che andava con loro perché tra quelli della propria razza era un fallito. Ma rispettavano le parole, come quelli di un’antica generazione avevano onorato la Parola, il Verbo, e poiché insegnava ai loro figli lo chiamavano “signore”. La scuola non aveva un nome altisonante, si chiamava semplicemente Scuola Secondaria Moderna di Railway Street ed era un solido edificio di mattoni rosso sporco, un brutto castello vittoriano scaturito dal cervello di chissà chi e costruito sopra una vasta area di cemento. A volte, mentre Wier era di turno durante la ricreazione, un ragazzo troppo irruente o una ragazza troppo vivace cadeva e sanguinava e ridiventava bambino, nonostante i suoi inesperti tentativi di consolarlo. Dietro la scuola, accanto a un canale e a un prato pietroso, si stava costruendo un nuovo, alto edificio di vetro e mosaico, una scuola che sembrava una serra dove, si sperava, le menti giovanili si sarebbero sviluppate con maggior calore, in un ambiente diverso. Wier aveva sentito due donne discuterne in autobus. «È una nuova scuola?» «Sembra una serra, no?» «I ragazzi faranno in fretta a fracassare quelle finestre!» «Devono avere soldi da buttar via se credono che quella roba possa cambiare qualcosa!» Mitchell, aveva pensato subito lui. Bastava pensare a Mitchell perché l’idealismo svanisse, diventasse vile desiderio di sopravvivere, desiderio che quel ragazzo sparisse. Grazie a Dio c’erano settecento allievi e non tutti erano Mitchell, ma un solo Mitchell era capace di corrompere un’intera classe più in fretta di quanto lui, Wier, e tutti gli altri, potessero persuadere, stimolare, convincere, istruire. Dove arrivava Mitchell nascevano subito risse, menzogne, sghignazzate, masturbazione in classe, disprezzo per l’autorità; era la morte del sapere, la fine della bontà così difficile da praticare, l’insediamento di una depravazione più agevole e comprensibile che prendeva la forma di commenti, di giornali pornografici, di disegni sui muri dei gabinetti, di risatine, di sussurri non appena lui voltava le spalle, di un luccicore di lacrime negli occhi di qualche ragazza, di latrati dei succubi. Prima o poi Wier avrebbe dovuto affrontare il problema di Mitchell… o lasciarlo per gli altri, dopo la fine di quell’anno, l’ultimo anno di scuola per Mitchell. Aveva tentato il sarcasmo e qualche volta aveva avuto successo; ma a volte nelle rudi risposte di Mitchell c’era un certo spirito che provocava un serpeggiare di risatine fra gli altri zoticoni. Wier ne soffriva e benché in teoria fosse sempre il vincitore, sentiva di uscirne sconfitto. Non sapeva come uno psichiatra avrebbe potuto giudicare quel ragazzo. Dentro di sé sentiva che con la violenza fisica sarebbe riuscito a farsi rispettare da lui, ma non avrebbe mai osato servirsi della bacchetta che c’era accanto alla cattedra. Aveva il codardo terrore, un terrore da incubo, che Mitchell, grande e grosso, dotato di una brutale virilità, gliela strappasse di mano o semplicemente lo immobilizzasse in una stretta animalesca, lo riducesse all’impotenza e lui potesse essere salvato soltanto da una viltà o da qualche ragazza impaurita che, temendo il peggio, corresse a chiamare Ferguson. Tutto questo spegneva in lui qualunque velleità di coraggio, naturalmente. L’unico suo vantaggio era che Mitchell non sapesse niente: non soltanto del 10 agosto 1944, ma nemmeno del proprio potere. Qualche volta Mitchell si confondeva, si guardava in giro con occhi lucenti d’ansia, si scusava; tutte falsità, naturalmente, ma era bello ugualmente sentirlo scusarsi davanti a trentanove testimoni. Che cosa ne sarebbe stato di quel ragazzo? Che ingiustizia enorme, mostruosa, insultante, se avesse avuto successo! Ma nella seconda metà del ventesimo secolo il disprezzo per l’intelligenza, la cultura, la verità era tale, che persino un Mitchell avrebbe potuto possedere, nel giro di pochi anni, tutto il denaro che Freda sognava. Trasudava sesso, forza bruta, virilità; aveva le caratteristiche deteriori dell’americano, la sfacciata sicurezza di sé che avrebbe potuto portarlo sullo schermo o dietro un microfono a sbavare lubriche parole d’amore, a scrollarsi i genitali strappando strilli d’ammirazione alle quindicenni venali e intascando mille sterline alla settimana. Però non era molto probabile; Wier riuscì persino a riderne, mentre fermava l’auto nel parcheggio della scuola. Non era il primo ad arrivare. Anche Melkis aveva le sue buone ragioni per arrivare a scuola un quarto d’ora prima degli altri, quando persino tra gli allievi più volenterosi ben pochi erano presenti. Wier supponeva che Melkis fosse sempre così mattiniero per poter scivolare zoppicando fino alla sala dei professori senza essere visto, notato, compassionato da ragazzi. Era magro, altissimo e camminava appoggiandosi a due bastoni, come avesse qualche giuntura spezzata. Soltanto i suoi capelli biondi avevano conservato il colore: il suo viso era grigio, impassibile, non si capiva mai che cosa gli passasse per la mente; si intuiva soltanto che non era frivolo e forse nemmeno felice. Nonostante lo sforzo evidente che gli costava ogni movimento, anche minimo, Wier ne riaveva un’impressione di forza, di fanatismo persino. Aveva un po’ paura di Melkis. Ma del resto aveva un po’ paura di tutti. «Bella giornata, eh, Paul?» Come al solito Wier sentì che la sua osservazione era accolta con disprezzo, come se il collega accettasse di parlare soltanto di cose importanti, non del tempo e men che meno della salute. Melkis scrutò l’azzurro slavato del cielo, tese l’orecchio al rombo degli innumerevoli autobus e autocarri che si rincorrevano sulla strada principale, osservò l’acre fiotto di sporcizia sprigionato da un treno merci e le donne sparute che iniziavano la loro giornata sui marciapiedi già cosparsi di rifiuti: pazzi! Diceva il suo viso: Odo una voce che nessuno saprebbe udire Porto una croce che nessuno saprebbe portare… Ma disse soltanto: «Se a te piace questa roba!» A me no, era sottinteso. Oltrepassarono insieme i bidoni della spazzatura, l’enorme caldaia della cucina, risposero a un paio di «buon giorno, professore»; Melkis fece scorrere la punta di un bastone lungo la cancellata che fiancheggiava la porta dipinta di verde. Tubazioni e davanzali delle finestre avevano la vernice scrostata e i due gradini dell’ingresso si erano logorati sotto il passo di migliaia e migliaia di piedi. Wier aprì la porta, la tenne aperta per Melkis senza riceverne un grazie, poi attraversò quello che un agente di compravendite avrebbe sfacciatamente chiamato atrio e si diresse verso la sala dei professori, una stanzetta di dimensioni lillipuziane che li umiliava rammentando loro che erano insegnanti di una scuola popolare. Oltre alle pareti gialle e al pavimento di linoleum costellato di buchi, c’erano soltanto una vecchia libreria, una stufetta a gas in un angolo, qualche piolo a una parete e dietro la porta due o tre manifesti (“Volate con la BOAC”), due poltrone con le molle sporgenti e la fodera unta di brillantina e alcune seggiole di legno attorno a un tavolo enorme, così solido e pesante che sarebbe stato impossibile smuoverlo: dovevano avergli costruito intorno la scuola, come a volte si costruisce una banca intorno alla cassaforte. Sembrava di essere nel parlatorio di una prigione o di un vecchissimo ospedale. Era quasi impossibile stare in piedi, tranne a un capo del tavolo; per passare davanti a qualcuno bisognava appiattirsi, come al cinema, perciò le sedie vicino alla porta erano occupate, si preferiva restare in piedi o sedersi in mezzo sull’orlo del tavolo. Melkis si abbandonò sulla sua solita seggiola di legno e si immerse nella lettura del Times o forse volle soltanto nascondersi dietro il giornale. A Wier non dispiaceva Melkis: aveva coraggio quanto bastava per essere sincero, per riconoscere l’inderogabile necessità di trascorrere la giornata in compagnia o meglio alla presenza di persone per le quali non nutriva il minimo interesse. Intanto era arrivata anche Constance Woodman. Si fermò un momento a leggere le comunicazioni che nessun altro degnava di uno sguardo, poi andò a sedere accanto a Wier. Fin dai primi giorni Wier aveva preso accuratamente nota del posto dove ognuno sedeva o si fermava, di chi faceva parte di un gruppo o di un altro, di chi parlava con questo o con quello. Basil Sylvan-Jones, che sembrava convinto di essere un’eminenza grigia e forse fino a un certo punto lo era, si orientava di preferenza, insieme con qualcuno dei “draghi”, verso il lato dell’ingresso dove c’era un piccolo tappeto. Bill Brown, i fusti e qualcuna delle bellezze locali avevano energie da vendere: non sedevano mai se non per mangiare. Poi c’era la squadra del bridge, tutti uomini più anziani di Wier che si fermavano sempre a chiacchierare in corridoio: alla prima occasione si infilavano in un’aula e tiravano fuori le carte. Infine c’erano i pochi non aggregati ad alcun gruppo, ma che forse avevano formato il nucleo di un gruppo nuovo: Trowman, Constance, Melkis e naturalmente Wier, l’ultimo arrivato. Lo avevano accolto con molta gentilezza, lo chiamavano col nome di battesimo, ma era incolore, non si entusiasmava per niente che non fosse la lingua inglese e ben presto, visto che non si poteva indurlo a giocare a bridge né a discutere appassionatamente, bevendo una tazza di tè, della bomba H o del fallimento della società attuale, lo avevano abbandonato a se stesso, padrone di nascondersi dove meglio gli piaceva. Ma Trowman aveva stretto amicizia con lui; Wier non capiva bene perché. L’alcol, probabilmente. Anche Trowman beveva: non per mitigare il terrore, per rendere più facile la vita, come faceva Wier, ma perché era l’ex tenente Trowman, dei fanti del duca di Ballingham. Molti insegnanti erano o troppo giovani o troppo vecchi per avere combattuto nella seconda guerra mondiale e Trowman, probabilmente incapace di riconoscere la vigliaccheria che, Wier lo sapeva bene, un barista o un fattorino d’autobus avrebbero riconosciuto al primo sguardo, considerava Wier (e Melkis, per il poco che questi consentiva) come un ex combattente e quindi uno della sua stessa razza. A Wier piaceva Constance Woodman, aveva simpatia per lei perché sapeva che era piena di paure: lo consolava trovare qualcuno costantemente in preda all’ansia, come lui. Siamo tutti e due brutti, pensava (Constance era sulla quarantina e palesemente destinata a rimanere zitella), e forse abbiamo in comune anche la vigliaccheria. Ma brutti era forse una parola troppo forte. Sì, certo! Constance non se la prendeva più, aveva rinunciato, ecco tutto. Aveva il viso delicato ma la pelle arida; non metteva mai rossetto e le sue labbra erano senza colore, come le guance, ma il suo mento delicato piaceva molto a Wier e i suoi occhi verdi, se ci si prendeva il disturbo di guardarli ancora, dopo la prima superficiale occhiata di disapprovazione, erano splendidi. Portava sempre abiti neri o scuri, scarpe col tacco basso e i capelli biondi (un po’ meno che biondi) acconciati in maniera semplicissima, virginale; tutto in lei era semplice e virginale. Qualche collega si divertiva ai suoi tentativi di essere come loro, spregiudicata, faceta, cinica sul conto dei ragazzi; un giorno, nel bel mezzo di una discussione, aveva sbalordito tutti gridando con veemenza: «Un mucchio di stramaledetta immondizia!» Ma non ci resisteva; si stancava subito, era sempre oppressa da dolori, delusioni, disgusto. Salutò Wier dicendo: «Salve, Graham, non hai un’aspirina, per caso?» «No, mi dispiace. Hai mal di testa?» «Mal di denti. Credo che l’ultimo non me l’abbiano aggiustato bene.» «Prova a chiederla a Paul.» «Oh no, per l’amor del Cielo! Per lui, tutto quel che non è crudeltà è autocompassione!» «Hai provato l’estratto di chiodi di garofano?» «Che cosa?» «Ah, ma non sai proprio niente, tu!» rise Wier. «Debella in quattro e quattr’otto qualunque attacco. E costa poco.» «Andrò a comprarlo all’ora di pranzo. Vedo che sei di turno alla mensa. Poveretto!» «Mah, non lo so. Quei porcellini sono sempre affamati, non hanno tempo per occuparsi di me.» «Hai sentito? Sylvan-Jones se ne va alla fine dell’anno scolastico. Me l’ha detto il “drago rosso”.» «E dove va? A Cagliari? A Zurigo? A Tokyo?» Constance rise. Sapevano tutti che Sylvan-Jones amava vantarsi dei propri viaggi. Poi riprese con un certo ardore: «E se va via lui… tu che farai?» «Come sarebbe a dire?» «Il suo posto dovrebbe toccare a te.» «Ferguson mi guarda sempre come fossi un povero scolaretto.» «Però io ho sentito qualche voce… Oh salve Edgar!» «’giorno», mormorò Trowman. «Non credo che mi piaccia Faith vestita di marrone. Il rosa le sta meglio, la modella di più… Perché si scaldava tanto Constance?» La signorina Woodman si era già avviata, in attesa del campanello. «Ha mal di denti.» «L’anno scorso aveva la stitichezza. E l’anno prima le emicranie. Avrebbe bisogno di quel che so io. Le passerebbe tutto!» Lo disse senza alcuna intonazione sprezzante, da soldato a soldato, ma Wier ne provò disagio. Tuttavia non ebbe il coraggio di ribattere alla faceta ribalderia di Trowman; lasciò passare senza commenti quell’osservazione, mentre in fondo alla sua anima meschina sentiva il gallo cantare per la millesima volta: vigliacco – gracchiava – vigliacco, codardo, ipocrita! E hai la sfacciataggine di voler educare i ragazzi! Lottò con le parole, ma poi si limitò a un educato, formale: «Oh a me sembra una brava figliola!» «Oh senz’altro!» convenne Trowman. «Ha molta simpatia per te, sai? Lo ha detto lei non so più quando; poco dopo il tuo arrivo. ‘Mi piace, Wier’, ha detto.» E che cosa avranno detto gli altri sul mio conto? Si domandò Wier. «Pensa che mi debba toccare il posto di Sylvan-Jones.» «Probabilmente ha ragione. Io lo spero», ribatté Trowman, e Wier provò un barlume di piacere. Il campanello trillò con l’insistenza di una sveglia e mentre uscivano Wier sorprese lo sguardo di Sylvan-Jones fisso su di lui. Si sentì a disagio, perché quegli occhi lo studiavano come se, mentre lui parlava di Sylvan-Jones con Constance, Sylvan-Jones avesse parlato di lui con i “draghi”, giudicandolo. E giudicare Wier, nell’apprensiva opinione di Wier, significava condannarlo, metterne a fuoco la vigliaccheria, la piccola statura, la personalità incolore. Insufficiente. Attitudini particolari? Oh sì, le avrebbe, ve lo assicuro, ma è un individuo così piccino, senza autorità, senza fegato, non sa imporre rispetto, un vile, sì, certo, glielo si vede negli occhi, è un vile, strano che non l’abbiamo notato prima… Atterrito, toccò la manica di Trowman. Non aveva ricevuto una sola lettera dai colleghi della scuola dov’era stato prima, e nemmeno Freda aveva più avuto notizie dai vicini, vissuti a pochi metri da loro per tre anni. Erano stati tutti ben contenti o tutt’al più indifferenti di vederli partire. Perciò si avvicinava a Trowman e a sua moglie, che ancora non conoscevano, esitando, soltanto per far piacere a Freda. A lui bastava lavorare, mangiare, dormire, leggere, toccare, quando essa glielo permetteva, il corpo statuario al quale era sposato; avrebbe continuato volentieri così, non desiderava altro. Per la sua meschina statura, in quel programma erano già incluse paure più che sufficienti con le quali combattere per sopravvivere. Ma Freda non era felice; Wier sentiva che aveva bisogno di qualcuno con cui parlare, qualcuno della sua età, non la signora Lane con la sua mentalità di donna anziana. Il guaio era che Freda avrebbe criticato, detto cose sbagliate, si sarebbe data delle arie per mostrare che non era una cameriera. Se soltanto fosse stata spontanea, naturale, sarebbe piaciuta a tutti; ma lei invece posava, recitava, scimmiottava le maniere dell’ospite, chiunque fosse, voleva dimostrare di essere sua pari. E così metteva a disagio le mogli degli altri insegnanti, donne assolutamente comuni, le confondeva, le irritava, infine, cercando di fare l’intellettuale, mentre, se si fosse accontentata di parlare di cucina o dell’aborto di due anni prima per il quale non aveva ancora smesso di piangere, le sarebbero state amiche fino alla morte. Wier sapeva di poter continuare in perfetto accordo con Trowman nei superficiali rapporti quotidiani della vita scolastica; ma spingersi più oltre significava dovergli presentare, prima o poi, Freda, e Freda aveva quella nervosa artificiosità che smorzava l’entusiasmo degli amici. Lo avevano già sperimentato più di una volta con colleghi e vicini. «Adunata delle pecore», disse Trowman con la consueta sfumatura di cameratismo, alludendo al suono del campanello, allo stropiccio di centinaia di piedi, al cicaleggio di voci acute che venivano dal di fuori. «Ci chiedevamo… Freda e io… se sabato sera tu e Veronica… Oh niente di speciale, un bicchierino e quattro chiacchiere.» «Buona idea! Ne parlerò a Veronica. Eccoci qui di nuovo, un inno, una preghiera e un predicozzo.» Era fatta: li aveva invitati. E forse nel giro di due anni Freda si sarebbe lamentata con lui, chiedendogli che si facesse trasferire a un’altra scuola, soltanto perché quel lunedì mattina aveva cercato di farle piacere. All’interno la scuola era più sudicia che all’esterno. C’era una disperata carenza di personale per le pulizie (due inservienti in tutto), ma non era soltanto questo. Pareva che ora, poiché si stava costruendo una nuova scuola, non valesse più la pena si preoccuparsi dell’altra. Era esattamente come nel 1926, nel 1916, nel 1886… Intonaco giallo scrostato, asciugamani sudici in stanzini indescrivibili, armadi immensi pieni di gessetti rotti e di scatole su scatole di matite in disordine. Vecchie caraffe e vasi del tipo che gli insegnanti di disegno usavano cinquant’anni prima. Dappertutto avvisi che ingiallivano senza che nessuno li leggesse. I tubi dei radiatori incrostati di polvere, soffitti sudici e pieni di crepe (oltre alle macchie lasciate dai cenci imbevuti d’inchiostro che i ragazzi si divertivano a gettare lassù con la speranza che vi rimanessero appiccicati e poi, asciugandosi, ricadessero in testa a qualche per- sonaggio importante). Le aule erano tutte raggruppate intorno a un grande atrio centrale dove si svolgeva tutto quel che non si svolgeva in classe. In quel momento c’erano un cavallo da volteggio e alcune stuoie arrotolate; poco prima di mezzogiorno l’atrio si sarebbe trasformato in mensa, con gran baccano di piatti e di posate. Uno schermo arrotolato, appeso a una parete, era pronto per il cinema. Mentre si avvicinava alla propria aula, Wier udì i consueti sommessi bisbigli: «Arriva! Arriva!» seguiti da un silenzio da cospiratori, più fastidioso e allarmante del normale – anche se odioso – baccano. Specie nel settore maschile molti occhi scintillavano di allegra malizia, pregustando l’umiliazione che gli avrebbero inflitto tra poco. «Buon giorno.» «Buon giorno, professore.» Il coro era troppo entusiastico, venato di risatine, ma Wier non aveva ancora scoperto la nuova umiliazione; forse è soltanto un’idea mia, pensò, soltanto paura, la punizione per la mia viltà. Poi, mentre saliva in cattedra, vide che i loro occhi lo invitavano a voltarsi verso la lavagna, a leggere quel che c’era scritto. Conosciamo una vecchia mummia che si chiama Wier Che è un campione a bere birra. Con la birra di mille bottiglie Affoga un cervellone come quello di Aristotele. Quando non beve pensa E quando ha bevuto Dice cose senza senso. Non c’erano segreti, per quei ragazzi, i migliori psichiatri, gli osservatori più scaltri di tutta la scuola: avrebbero potuto insegnare al preside Ferguson. Come avessero scoperto che beveva, Wier non riusciva a immaginarlo. Probabilmente qualcuno di loro lo aveva visto mentre sgattaiolava in un’osteria per affogare le paure nell’alcol. I suoi colleghi non lo sapevano ancora, di certo: era troppo presto. Fece l’appello. Poi, mentre i due capoclasse distribuivano gli opuscoli degli inni, scoppiò un subbuglio. Non tanto grave fra le ragazze (Shirley Taylor, la loro capoclasse, era piuttosto alta, le compagne le volevano bene e in ogni caso aveva qualcosa che incuteva rispetto), ma il piccolo Newman lasciò cadere una dozzina di libretti e in un attimo fu circondato da una folla volenterosa di “aiutanti” dalla quale esplosero un gemito di dolore, un coro di risatine, un fruscio di pagine strappate. «Tornate al vostro posto!» gridò Wier, ma ormai era tardi, i ragazzi avevano segnato un altro punto a proprio vantaggio e un libretto era stato calpestato da tanti piedi che quando riapparve sul pavimento, accanto a Wier, era tutto sporco e strappato. Newmann, col viso rosso e gli occhi umidi, lo raccattò e lo tenne per sé. Wier non disse niente; un rimprovero avrebbe dovuto inevitabilmente includere anche l’altra vittima, Newman, altrimenti si sarebbe scatenato un coro di proteste, di interminabili, insolenti lamentele per ottenere giustizia. Era l’ora dell’adunata. Uscendo, Wier girò la testa. «Voglio che quella porcheria sulla lavagna sia cancellata, quando torno.» Seguì un brevissimo ululato di soddisfazione e Wier, vergognoso e seccato, capì di avere commesso un altro errore, ammettendo di avere visto. Cercò invano di riacquistare un po’ di autorità, dicendo: «Sarebbe facile scoprire chi è stato il somaro… sono versi così pietosi!» Quelle parole parvero autorizzare un’esplosione di strilli di scherno, poi otto ragazzi richiusero seccamente il coperchio del loro banco, in una rapida successione di colpi che sembrò il crepitare di una mitragliatrice e finalmente la IV C, il materiale grezzo di Wier, i suoi allievi, il lavoro della sua vita, lo seguì verso il luogo dell’adunata strillando, latrando, conversando, gorgogliando risatine. Nell’atrio centrale erano ammassati seicentoquarantasette ragazzi presenti a scuola quel mattino. Il baccano era assordante, ma svaniva non appena un insegnante riprendeva il controllo della propria classe. Molti professori, compreso Wier, in piedi a un lato dell’atrio, cercavano di imporre silenzio con cenni minacciosi ma guardinghi, perché lì gli alunni di qualunque classe potevano umiliare i loro insegnanti: qualunque rimprovero, qualunque ordine o richiamo del preside Ferguson sarebbe equivalso a un biasimo per i professori. Robinson, l’insegnante di musica, aveva aperto il vecchio pianoforte e accennava qualche nota dell’inno di quel giorno, cercando di indurre al silenzio i ragazzi insofferenti, annoiati, irrequieti, allineati in file interminabili che si infittivano verso il fondo dell’atrio. Qualcuna delle piccole facce nelle prime file aveva i tratti affilati di un folletto, ma poco più indietro affiorava il tipo caratteristico: ragazzi dal viso pallido e inespressivo, qualcuno acceso da un lampo di astuzia, altri opachi, senza una scintilla di interesse, nemmeno per i compagni. Ma la media era quella del ragazzo con la paziente rassegnazione del bambino il quale sa, chissà come, che si tratta di una pura e semplice perdita di tempo. L’immutabile cinismo e l’indifferenza dei genitori, la televisione, la compagnia dei ragazzi più grandi, l’evidente inutilità dell’istruzione. In quei tre chilometri quadrati violenza e astuzia innata erano tanto più utili che le parole, i logaritmi, la storia, la geografia! Il loro mondo era una giungla di tre chilometri quadrati, le file di case amorfe e senza bellezza, il puzzo di pesce e di patate fritte, la carne nelle feste comandate, le ciotole di riso e curry all’indiana. I ragazzi avevano capelli bagnati e ispidi, dritti come chiodi; poiché la scuola non imponeva uniformi, il loro abbigliamento era quanto mai eterogeneo: il vestito nero degli zoticoni, tute, giacche verdi e camice gialle con la cravatta o senza. Tutti avevano le scarpe sporche: sformati rifiuti delle sale da ballo di terz’ordine, mocassini, vistose scarpe gialle, scarpette bianche diventate irrimediabilmente grigie. Nelle ragazze era forse meno evidente la violenza, l’impossibilità di qualunque speranza. Indossavano abiti più rispondenti alla natura e all’età di ognuna: i graziosi abitini arricciati delle più piccole, le gonne e le camicette aderenti e qui e lì, tra le più grandi, le prime ostentazioni del sesso, balenar di gambe, reggiseni imbottiti di cotone, sguardi sfrontati. Per la maggior parte tenevano i capelli come natura li aveva fatti, lisci o quasi, ma alcune, consapevoli di essere perfette in qualcosa che non si insegnava a scuola, sfoggiavano pettinature impossibili, e almeno un paio si erano ossigenate i capelli mutandone il biondo naturale in oro sgargiante. Ma nonostante l’indifferenza che caratterizzava la media della scolaresca e le sue probabili manchevolezze, c’era una quantità di materiale su cui lavorare. Persino i più piccoli erano in media obbedienti, volenterosi, rassegnati a quell’assurdità dell’imparare, e la maggioranza, nonostante la chiassosa volgarità, rifuggiva dalla violenza, dalla crudeltà di massa, conservava un resto d’innocenza, e questo significava che non tutte le speranze erano perdute. Il preside Ferguson entrò da una porta laterale con l’aria di chi preannuncia avvenimenti gravissimi e accompagnato da un gran frusciare di carte. Lo seguiva Sylvan-Jones, il vice preside, che aveva un certo portamento soltanto perché ‘era pieno di m…’ (come diceva Trowman). Il loro ingresso fu seguito dal silenzio immediato, che in cambio fu però deturpato dai rumori provenienti dalla porta aperta: il gorgogliare dell’acqua che scorreva da un rubinetto, un batter di ferri, le voci del personale che faceva le pulizie. Con gli occhi fissi a un punto poco più in alto della testa dei ragazzi, il preside Ferguson salì sopra una piccola pedana simile a una cassa, troncò con un’occhiata una risatina gorgogliante nella massa dei bambini che sembravano ondeggiare come grano smosso da una brezza leggera. Era smisuratamente alto, con la testa ridicolmente piccola, appena appena velata da capelli radi e sottili come lanugine. (Lo chiamavano “uovo d’anatra”, aveva detto Trowman a Wier.) Gli occhi di colore azzurro pallido avevano un’espressione assorta, severa, intellettuale, con una lieve sfumatura di disprezzo: parlavano di cose immensamente lontane e complesse che, per quanto tentasse, non sarebbe mai riuscito a far capire agli altri. Il disprezzo si riferiva ai mocciosi che erano lì, a quelle piccole cose sudice, stupide, disgustose, sfaticate che lui, o altri guidati da lui, dovevano istruire. Sulla cinquantina, Ferguson era un socialista convinto, faceva parte del consiglio dell’Unione Insegnanti ed era pacifista. Nel 1939 era stato obiettore di coscienza. Trowman diceva che era anche fautore della lega antialcolica. Al pari di molti professori, il preside Ferguson trattava tutti come fossero deficienti: alunni, insegnanti, genitori… una massa di deficienti che impedivano lo sviluppo di un grandioso schema educativo. Era divertente vederlo torreggiare su qualche mamma piccolina, mentre, con lo sguardo fisso al di là di quella disgustosa guastafeste, cercava di levarsela di torno. Tuttavia aveva un portamento dignitoso, era totalmente privo di nervi e perciò, pensava Wier, incommensurabilmente superiore a lui; quando lo vedeva avvicinarsi si sentiva prendere dal panico, come soltanto a uno scolaro sarebbe potuto accadere. ‘Oh Dio, che cosa avrò fatto, ora?’ «Buon giorno, ragazzi!» «Buon giorno, signor preside.» Si cantò un inno (più di un ragazzo condivideva con un compagno un sudicio libricino), poi Ferguson lesse un brano del Vecchio Testamento, continuando a parlare per quattro, cinque, sei minuti, in maniera maledettamente confusa. Bastava guardare le seicentoquarantasette facce per rendersi conto che nessuno ne capiva niente. Persino gli insegnanti cominciavano a spostare nervosamente il peso del corpo da un piede all’altro. A un certo punto, con la sua altisonante perfezione, l’eloquenza del signor preside parve insinuare (e la sua espressione lo confermò) che soltanto gli sciocchi ridono, fanno confusione, chiacchierano, si pizzicano il naso, sbadigliano, si graffiano, sognano porcherie, desiderano andare a casa, giocare al pallone… Ma voi invece avrete la vostra parte, godrete del beneficio, me ne incaricherò io stesso. Il suo idealismo non era da prendersi alla leggera: esisteva, poteva smuovere le montagne, essere causa di umiliazioni, persino mettere nell’imbarazzo gli insegnanti. Poi tutti insieme recitarono il Pater Noster e il signor preside raccolse il suo mucchio di fogli con una espressione che lasciava intendere come ora si sarebbe passati ad argomenti di altra specie. Il predicozzo al quale aveva scherzosamente alluso Trowman stava per concretarsi. Si udì un nervoso stropicciare di piedi: molte facce sembravano pronte ad arrossire. Ma quel che seguì fu invece piacevole, idillico: si sarebbe detto che lo avesse suggerito il più fannullone degli allievi. «Sono lieto di comunicarvi che stiamo concretizzando il progetto di un viaggio nel continente. Progetti del genere richiedono una preparazione lunga e accurata, perciò ve ne parlo fin da ora, benché manchi ancora tanto tempo. L’idea sarebbe di portare gruppi di allievi in Belgio, in Francia e, se possibile, in Svizzera. Se queste gite avranno successo, l’anno prossimo potremo ampliarle, spingerci più lontano. Potete dire ai vostri genitori che il viaggio durerà all’incirca dieci giorni e verrà a costare non più di venti sterline a testa, escluso il denaro per le vostre piccole spese; partenza verso la metà di agosto. Quelli ai quali interessa questo progetto potranno consigliarsi coi loro insegnanti. Gradirei avere l’elenco dei partecipanti tra quindici giorni.» Mentre si avviava verso la propria aula per vedere se quei versi cretini fossero stati cancellati e in caso contrario per cancellarli lui stesso prima che arrivassero i ragazzi della II A, la classe di Constance, Wier fu bloccato per un attimo da Trowman che gli sussurrò, con una strana gaiezza: «Lui, guiderà il gruppo che va in Belgio, e tu te ne vai a Parigi, eh?» Passò oltre ridendo come un matto. «Io mi occuperò di quel gruppetto lì.» Entrando in aula Wier fu sorpreso di trovarvi Shirley Taylor intenta a pulire la lavagna. Come lo vide la ragazza arrossì, ma per l’imbarazzo, non perché si sentisse colpevole. I ragazzi della II A stavano già entrando, chiacchierando eccitati di argomenti che non erano certo la lingua inglese. «È meglio che vada alla tua lezione di musica, Shirley», disse Wier. «Altrimenti terrai in sospeso due classi, la tua e questa.» «Sì, professore», rispose subito lei, col fiato grosso. Il rossore abbelliva il suo viso pallido e la lieve apprensione che traspariva dal suo atteggiamento era quanto mai attraente. Alta e snella, Shirley Taylor si comportava sempre con inconscia perfezione. «Non le hai scritte tu quelle scemenze, vero?» domandò Wier. «No, professore.» Wier mormorò: «Ne ero certo», ma non le domandò se sapesse chi era stato. Né domandò perché fosse tornata a cancellare i versi; immaginava confusamente che c’entrasse la responsabilità ch’ella sentiva per essere capoclasse. «Vai, vai ora», la esortò. La ragazza non rispose, lo guardò con un sorriso timido da cospiratrice e se ne andò. «Alison», domandò Wier un’ora più tardi. «Che cosa c’è di errato in questa frase: “Andando a scuola, stamattina, mi cadde nel rigagnolo il libro di matematica”?» Alison Jones si alzò, un po’ impacciata, e guardò oltre la testa delle altre ragazze, intrecciando nervosamente le dita sporche d’inchiostro. «Be’… non è stato stamattina, è stato giovedì.» L’intera classe scoppiò a ridere; dai banchi dei ragazzi partì una pernacchia. Wier impose silenzio con qualche cenno della mano, ma il chiasso durò quanto bastava perché egli sentisse che non era stato il suo ordine a farlo cessare. «Non è il giorno che ci interessa. Dimmi che cosa c’è di errato nella frase.» Le precedenti risate diedero alla ragazza il sospetto che ci fosse un trucco. «Ma c’è un errore, professore?» «Certo che c’è, Alison. Di che cosa vi ho parlato martedì scorso?» «Del pronto soccorso, professore.» «Bene. E d’altro?» L’inevitabile, paralizzante, deludente: «Non lo so, professore». «Dillo tu, Thompson.» Thompson, un ragazzo pallido e minuto con un visetto triste e incavato, domandò un po’ nervoso: «Le spiace ripetere la frase, professore?» Wier la ripeté. «Bene, professore, è sbagliato il gerundio.» «Esatto. Come si dovrebbe dire, invece?» «Stamattina, mentre andavo a scuola, mi cadde nel rigagnolo il libro di matematica.» «Molto bene. Hai capito dov’era l’errore, Alison? Quel gerundio sbagliato dava alla frase un involontario sapore comico.» «Sì, professore», mormorò Alison ubbidiente. Wier lesse nei suoi occhi l’ansiosa preghiera: non mi interroghi più, per piacere… «Bene, ora passiamo a un’altra frase.» Si affannarono su altre tre frasi, poi furono interrotti dal campanello che annunciava un doppio piacere: la fine dell’ora e l’intervallo delle undici. «Un momento», gridò Wier per vincere l’immediato baccano. «Compiti per casa.» Qualche grugnito. «Sistemerete correttamente e metterete l’esatta punteggiatura alla lettera d’affari e alla risposta, a pagina 177. Thompson, non andartene, aspetta un momento.» Thompson si fermò, impacciato, mentre i suoi compagni si sospingevano per uscire, urlando come gabbiani. Da un punto imprecisato venne il tintinnio della prima bottiglia di latte che andava in pezzi. «Non ti tratterrò a lungo, Thompson», riprese Wier. «Ma guarda un po’ questo!» Il ragazzo fissò con occhi impauriti il quaderno aperto. «Questo esercizio sull’attività della polizia è molto scadente. Non assomiglia certo a quello che hai fatto sulle fabbriche. Non sai proprio niente dei metodi della polizia?» «Sì, professore.» «Hai scritto ben poco.» Nessuna spiegazione. «Perché?» «Mi hanno interrotto, professore.» «Interrotto? E chi?» «Non ricordo, professore.» «Non essere bugiardo, Thompson. Se ricordi di essere stato interrotto ricorderai anche da chi. E inoltre hai avuto tutto il fine settimana per fare questo compito.» «Volevano vedere la televisione, professore.» «Non potevi andare in un’altra stanza?» «Sì, professore.» «Bene, perché non ci sei andato, allora?» L’inevitabile scusa, definitiva e ostinata: «Non lo so, professore». «Sei rimasto anche tu a guardare la televisione?» «No, professore.» «Che cosa hai fatto, allora?» «Ho dovuto…» Ed ecco il lampeggiare di un segreto, l’altra metà del suo mondo, il dovere verso qualcun altro e lo sforzo per tenerlo celato a lui, Wier. «Che cosa hai dovuto fare?» Silenzio. Le labbra del ragazzo si strinsero in un atteggiamento di torva paura, nei suoi occhi si accese un improvviso luccicore. Thompson abbassò la testa perché il professore non potesse vedere le lacrime. La compassione strinse immediatamente lo stomaco di Wier. Thompson era un bravo ragazzo, diligente, volenteroso: lo aveva notato subito, appena arrivato. Un ragazzo ubbidiente che si sforzava d’imparare, dotato di ottima memoria. Nessun altro alunno aveva imparato così bene la funzione del gerundio: Thompson afferrava subito il concetto. Perciò quel compitino di dieci righe sull’attività della polizia gli era sembrato puerile, come lo avesse buttato giù alla meglio quella stessa mattina, in autobus. Ma se il ragazzo non confessava il proprio segreto, se non offriva una giustificazione, non c’era altro da fare che punirlo. «Non va assolutamente. Lo hai trascurato di proposito. Sai fare molto meglio, tu. Oggi pomeriggio ti fermerai qui a rifarlo.» «Posso fare anche la lettera, qui a scuola, professore?» «Perché? È troppo difficile farla a casa?» Di nuovo il rimpicciolirsi nel proprio segreto, la ricerca di bugie attendibili, il silenzio. Che cosa sarà accaduto a casa sua, in questi ultimi giorni, per farlo peggiorare così? Si domandò Wier. Un televisore nuovo, probabilmente. I genitori non volevano perdere lo svago. Lo svago era sacrosanto, aveva la precedenza sul lavoro, sull’amore, sul dovere, su Dio, sul matrimonio; di fronte allo svago una povera grammatica inglese diventava meno di niente, una prospettiva che la volgarità altrui rivestiva di ridicolo. La fila sostò un momento, mentre qualcuno andava a prendere altro sugo. Nell’atrio il chiasso stava lentamente diventando fragore. Wier, in piedi accanto a Faith in un’atmosfera satura di vapore e del puzzo di cavoli bolliti, si sentiva più che mai tormentato dalla minaccia del numero, dalle risate dei compagni di Mitchell, da un’anonima esortazione: «Andiamo, spicciati!» «Bestiole!» gemette Faith. Si era messa un elegantissimo paio di occhiali che il vapore aveva subito offuscati. I cuochi, dietro i loro pentoloni, osservavano la scena con disprezzo bovino, sbadigliando e cacciandosi in bocca, di tanto in tanto, qualche boccone che pescavano con le dita. Duecentocinquanta ragazzi si fermavano a pranzo. C’era sempre baccano, ma quel giorno non si trattava soltanto del chiasso delle conversazioni e del tintinnare di stoviglie e posate; pareva che i ragazzi si divertissero un mondo a fare rumore. «Fate meno chiasso!» gridò Wier, ma parve che i ragazzi lo udissero appena. Uno sciocco faceva un sacco di pagliacciate con due cucchiai: Wier batté un colpo su di uno, e di conseguenza l’altro schizzò nell’aria ricadendo con un rumore secco su qualche cosa. «Basta!» ordinò Wier, e naturalmente il ragazzo al quale si era rivolto ubbidì; ma mentre lui badava a un tavolo gli altri si davano alla pazza gioia. Il sugo arrivò finalmente, e la fila riprese ad avanzare, si dissolse a poco a poco, ma mentre gli ultimi cinquanta, compresi Wier e Faith, mangiavano lo stufato, dozzine di altri alunni lo avevano già finito e aspettavano il pudding. Le ragazze si limitavano a chiacchierare, ma Mitchell della IV C e altri ugualmente maligni di altre classi si azzuffavano, rovesciandosi addosso le saliere. Scoppiò una battaglia a getti d’acqua, che però finì subito, per mancanza di munizioni. Allora qualcuno cominciò a fare schizzare piselli addosso alle ragazze, provocando strilli di sorpresa insieme con qualche gemito di dolore. Wier cominciava ad avere mal di testa, la tensione nervosa gli strozzava lo stomaco, così che il cibo, già poco invitante, diventava una porcheria intollerabile e non voleva andar giù. Una birra! Oh Signore, se avesse potuto bere una birra! Chissà che cosa pensava Faith di quel caos! Grazie al Cielo, quell’inferno assommava a poco più di una settimana ogni anno. Un pisello caldissimo e molle gli piombò sulla nuca e vi restò appiccicato, scottandogli la pelle e insudiciandogli il colletto, ma Wier finse di non accorgersene, di non notare lo scherno delle risate maschili. Il fracasso nell’atrio si spense di botto e lasciò il posto a un timoroso silenzio. Un altro trucco, pensò Wier prima di vedere l’onnipresente Ferguson che con una sola gelida occhiata aveva avuto ragione di quei duecentocinquanta diavoli scatenati. «Professor Wier, possibile che lei non sappia mantenere un po’ di ordine?» lo rimproverò il preside sottovoce, ma alcuni allievi lo udirono e ne gioirono. Wier arrossì, fu preso da un impeto di collera impotente, ma non rispose; pregò il Cielo perché il pisello e la striatura di sugo sfuggissero ai terribili occhi che lo dominavano dall’alto. «C’è stato un piccolo contrattempo col sugo», spiegò Faith sorridendo e levandosi gli occhiali. La ridicola spiegazione e lo splendido sorriso parvero restare senza significato per Ferguson. «Vuole venire da me, dopo?» disse il preside. Dunque, pensò Wier, respirando di sollievo, non era venuto nell’atrio per far cessare la gazzarra, ma soltanto per vedere Faith. Forse tutta quell’agitazione era più o meno normale, ma Wier ne era frastornato e vergognato, umiliato dai suoi allievi per la millesima volta. Anche ora, non appena il preside ebbe varcata la soglia, il baccano ricominciò, ma un po’ meno assordante: i ragazzi stavano mangiando la crostata e si ingozzavano in fretta e furia per arrivare a farsene dare una seconda porzione. Mitchell aveva rubato una fetta di torta dal piatto di Newman e quando colse lo sguardo di Wier fisso su di lui, si mise a mangiarla con insolente ostentazione, con una baldanza che era più di una sfida. Che cosa fare, mio Dio? Che cosa fare? Un giorno o l’altro ci sarebbe stata la resa dei conti, l’umiliazione o la vittoria in presenza del testimonio supremo, Ferguson, e la certezza del proprio scacco gli morse lo stomaco, così che il suo ardente desiderio di una birra divenne intollerabile. Finito il pranzo Wier si alzò per recitare il ringraziamento: «Possa il Signore renderci sinceramente grati per quel che abbiamo ricevuto». E gli arrivò l’ultima umiliazione, con l’osservazione fatta ad alta voce da qualcuno: «Possa il Signore aiutarci col budino di riso, domani», e le risatine di scherno. Persino Dio poteva essere insultato, quando veniva invocato da una bocca così indegna. I ragazzi si precipitarono fuori, urtandosi e sospingendosi tumultuosamente, i piedi che già tiravano calci, le braccia che già si aggrovigliavano a vicenda, benché Wier fosse lontano pochi metri: dimostrazione finale che loro, la marmaglia, erano i vincitori. «Cielo, che fatica! Ma sono sempre così?» domandò Faith, dimenticando che Wier era arrivato alla scuola qualche settimana dopo di lei. «Credo di sì. Come assistere a una partita di calcio, no?» «Starò bene attenta a non andarci mai per scoprirlo», ribatté Faith. «Vado a riposarmi per mezz’oretta nella sala dei professori.» «Ma il preside…» «Oh Cielo, sì! È meglio che ci vada subito.» Al diavolo tutto quanto. Doveva andare a bere. La scuola era come una prigione. Potevi andartene in auto (come faceva Sylvan-Jones con qualcun altro, ogni giorno alle dodici), ma non potevi uscire a fare due passi senza che cento occhi ti scrutassero o che qualcuno ti chiedesse, quando rientravi: ‘Dove diavolo sei andato?’ Perché non c’era nessun posto dove andare, niente di interessante che potesse giustificare una passeggiata all’ora di pranzo. Mentre percorreva il corridoio, Wier aveva la sensazione che tutto il suo contegno portasse chiaramente scritta la sua colpa. Sulla porta principale esitò, si guardò in giro per accertarsi che non ci fosse Ferguson o qualcuno che potesse osservare: «Va a fare un giretto?» Il suo cervello registrò le centinaia di strilli che echeggiavano nell’aria fresca, oltre la porta, e le figure di Mitchell e di Collins che, in mezzo ai giochi normali e leciti, trascinavano un ragazzo verso i gabinetti. Chiunque fosse quel poveretto gridava per il dolore, ma in mezzo agli altri strilli nessuno lo udì, tranne Wier, il cui animo parve contrarsi per la paura. Era suo dovere, faceva parte dei suoi compiti interrompere le baruffe quando avessero raggiunto un certo grado di violenza, e quella lo aveva certo raggiunto. Ma la sua paura era troppo forte. Chiunque altro, ma Mitchell no! Cercò una giustificazione: lo farebbero ugualmente più tardi, con cattiveria anche maggiore, con maggiore piacere, per provare la mia impotenza. La sua incertezza durò finché il ragazzo, a strappi e spintoni, non ebbe percorso i dieci metri che separavano il gruppo dai gabinetti maschili dove le grida di dolore cessarono, soffocate dai muri: Wier continuò a sentirli soltanto nella propria coscienza… Uscì in fretta, in preda al rimorso e alla vergogna, attraversò l’area pavimentata di cemento e fu fuori della scuola. Cento metri più giù, nella strada sudicia, le voci acute e penetranti si udivano appena, non costituivano più un problema né una minaccia, erano soltanto ragazzi che giocavano, mentre la corrente del traffico, fattosi più intenso, dilagava rombando fragorosamente e si tuffava nel buio sotto le arcate della ferrovia. I pochi negozi, modestissimi e grigi per il fumo delle macchine e delle locomotive, vendevano sigarette, pubblicazioni oscene, parti di ricambio per biciclette, frutta e verdura. Nella penombra sotto la ferrovia, Wier si voltò a guardare. I vetri della nuova scuola scintillavano e i ragazzi erano niente più che figurette su un piccolo schermo televisivo, prive di qualunque significato. C’era gente, sui marciapiedi: giovanotti volgari dai capelli troppo folti, troppo lunghi, troppo lustri di brillantina e donne grasse con mani e piedi enormi, disumane, che chiacchieravano, chiacchieravano. Il mondo misurava dieci metri quadrati ed esse lo odiavano; due gatti, splendidi nell’armoniosa tensione di tutti i muscoli, aspettavano di poter attraversare la strada. Se al suo posto ci fosse stato Trowman (o Faith o Constance o Richards o Bill Brown o il Drago Rosso o il signor Ferguson) avrebbe dato nell’occhio, ma lui no. Lui, così piccolo, trasandato e insignificante, spariva in mezzo alla gente. Dietro i cristalli della vetrina il libraio increspò il viso scialbo e soddisfatto, sorrise, per poco non strizzò un occhio, ma quel giorno Wier aveva i nervi troppo scoperti per notare qualcosa; intravide appena il caldo splendore della carne, gli atteggiamenti di abbandono, gli occhi che non respingevano nessuno, nemmeno lui. Oltre le arcate della ferrovia c’era un bar. Nella spietata luce di maggio Wier si guardò ansiosamente in giro, mentre auto lucenti gli sfrecciavano accanto, facce bianche si affacciavano ai finestrini degli autobus. Non voleva che i colleghi sapessero che beveva; lo avrebbero scoperto fin troppo presto. Qualche secondo di silenzio. I gatti attraversarono l’acciottolato sudicio e Wier abbassò la maniglia di ottone del bar. Dall’altra parte della strada, nella penombra sotto la ferrovia, quattro occhi gialli lo fissavano scintillando. Il bar era quasi vuoto: due macchinisti e una vecchia; tappezzeria strappata, tavolini segnati dal fondo di mille caraffe, un fuoco che rombava come quello di una fornace. Alle pareti, un quadro raffigurante una mandria, l’avviso di un concerto dei vigili, la pubblicità di un certo succo di pomodoro. L’inevitabile ragazza in attillatissimi calzoni a mezza gamba che sorrideva di sopra il bicchierino e, nel suo franco sorriso, la consapevolezza che l’occhio curioso poteva seguire la linea delle sue calze su, su, fino all’ombra del desiderio. «Una birra, per favore.» La vecchia dai piedi storpi gli portò la birra. «Bella giornata!» Il vapore, il cibo disgustoso, il terrore imminente di un intero pomeriggio a tu per tu con Mitchell e, in fondo in fondo, il vago ricordo di un atto gentile. Ah sì, Shirley Taylor! Che bel gesto! Era un peccato che Mitchell lo umiliasse di fronte a lei e ad altre come lei. Le guastava, le rendeva coscienti della debolezza degli adulti. «Sì, una bella giornata davvero.» Bevve d’un fiato, finché sentì il morso della birra negli intestini. Quanto mancava? Un quarto d’ora. Un’altra birra. Tornò lentamente a scuola, rinfrancato: aveva affogato la propria viltà, per un poco almeno. Guardò con schietta curiosità le immagini pornografiche: no, ne era certo, nessuna era bella quanto Freda. Si sentiva ancora sicuro di sé quando entrò in classe, benché il caldo interno gli desse un po’ di sonnolenza; ruttò sapore di piselli, mentre si preparava a dare battaglia a Mitchell e alla propria viltà. * * * Le due e mezzo e il flusso ininterrotto di parole, di insegnamenti, di spiegazioni. Tra venticinque minuti ci sarebbe stato l’intervallo pomeridiano e, per Wier, trentacinque minuti di pace nella sala dei professori, a prepararsi per il seguito. Oltre i sudici vetri delle finestre c’era un’illusione di calma, di tranquillità: due donne che chiacchieravano a non finire, chine sulle carrozzelle dei loro bambini. Ma lì c’era il lieve trambusto di Mitchell che si divertiva, che si agitava per qualcosa. Fingere di niente o… no, un movimento fugace, il tendersi di una gamba, uno svolazzare di mani rivelarono che per il momento Wier aveva perduto il controllo dei suoi allievi. Prese un pezzetto di gesso e lo lanciò a Mitchell. Il gesso cadde sulla tavoletta del banco e rimbalzò contro il petto del ragazzo. «Che stai facendo, Mitchell?» «Niente, professore.» «Proprio quel che immaginavo.» Una risatina commentò la vecchia facezia scolastica. «Alzati, Mitchell. Dimmi qual è il sostantivo astratto che corrisponde all’aggettivo incongruo.» «Le spiace ripetermi la domanda, professore?» Un’altra risatina, questa volta a favore di Mitchell. «Hai sentito benissimo, Mitchell.» «No, professore, davvero!» Infatti Mitchell sedeva nell’ultimo banco. Wier lo aveva trovato lì, mesi prima, e non aveva mai avuto il coraggio di far passare quel grosso, ostile zoticone a un banco delle prime file, dove avrebbe potuto controllarne ogni movimento. Dietro quattro file Mitchell era soltanto una frazione distaccata della realtà. «Ti ho chiesto di dirmi il sostantivo astratto corrispondente all’aggettivo incongruo. Che non sia un gerundio sostantivato, naturalmente.» «Nossignore, naturalmente.» Un sommesso brusio divertito… «Allora, Mitchell?» «Sto pensando, professore.» «Anch’io, Mitchell, e sai che cosa sto pensando?» «Nossignore.» «Sto pensando che tu non sai nemmeno di che cosa parliamo… Vediamo, giriamo la domanda. Dimmi un sostantivo che significhi disgiunto, assurdo, fuori posto.» Mitchell era in piedi, a quanto pareva su una gamba sola. Nonostante le sue risposte sfacciate doveva essere imbarazzato, perché restò zitto, nell’atteggiamento di panico ben noto a tutti gli insegnanti, il panico che prende l’alunno quando tutte le sue nozioni svaniscono in una confusione da alienato mentale. Lo tengo! Pensò Wier ancora fiducioso, benché della birra non gli restasse ormai altro che un lieve mal di testa. «Credo che tu non sappia nemmeno che cos’è un sostantivo, un nome, Mitchell.» «Oh sì, professore. È una nave.» Scoppi di risa. «Una nave, Mitchell? Di che genere?» Era permesso ululare di disprezzo e tutti i trentanove lo fecero. Era bello veder soffrire Mitchell, vederlo arrossire di vergogna: non vergogna per la propria ignoranza (non avrebbe dato un quattrino per tutto il sapere del mondo), ma umiliazione per quelle trentanove facce divertite che si facevano beffe di lui, del ragazzo più in gamba di tutta la classe, che era stato a letto con la cameriera di un bar e aveva lavorato col rasoio la faccia di un uomo di cinquant’anni. Mitchell si agitò, cosciente in parte di quel che lo aspettava. «C’era sopra mio zio.» «Davvero? Sopra un nome?» I compagni si rotolavano fra i banchi, lo mettevano alla berlina con le loro risate. «La regia nave Renown, professore.»1 Fu il colmo; niente poteva essere più buffo! Wier dovette aspettare un minuto intero prima che le risate si calmassero, e in tutto quel tempo Mitchell rimase lì goffo, scornato, beffeggiato. Dio, pensò Wier, vinco io per una volta tanto! «Stiamo parlando di nomi, Mitchell. Sappiamo tutti che cos’è la rinomanza. Qualcosa che tu non avrai mai.» Altro scoppio di risa, mentre Mitchell si faceva più torvo. «Allora non lo sai?» «Lo so, professore. È che in questo momento non riesco a pensare.» «Aspetteremo, Mitchell. Non c’è fretta.» Wier sapeva che ormai Mitchell non aveva più nemmeno l’idea di quel che gli era stato chiesto; probabilmente non aveva la più pallida idea nemmeno di quel che lui aveva spiegato fino a quel momento. Come il pugile che sa di avere perduto ma non vuole subire l’umiliazione del KO, aspettava lo squillo del campanello. Ma il campanello avrebbe suonato soltanto fra venti minuti. Wier avvertì il consueto morso del panico. Mitchell avrebbe potuto ritrovare la sicurezza di sé, riguadagnare una beffarda vittoria; meglio finirla subito, finché il vantaggio era ancora suo. «Siediti pure, Mitchell. Non capisco davvero come tu possa essere arrivato in questa classe.» Mitchell crollò ben volentieri a sedere e, rinfrancato dal fatto di non essere più tanto in vista, rispose: «Sono entrato dalla porta, professore». Ottenne qualche risatina forzata da Collins e da Riley, e un sommesso mormorio che tremolò qui e lì, ma la palma della vittoria rimase a Wier. Lo squillo del campanello, i coperchi dei banchi che sbattevano, colpi di tosse, la ritrovata libertà del respiro, il brusio eccitato di un quarto d’ora di svago; e dopo, pensò con ironia Wier, tutti sarebbero andati a imparare religione. Il cortile era già affollato di ragazzi che si azzuffavano, chiacchieravano, si schernivano, urlavano, commettevano onestamente e senza secondi fini tutte le idiozie umane. In corridoio qualcuno lo fermò toccandogli un braccio. «Mi scusi, professore.» Shirley Taylor. Era alta come Wier, un pochino di più forse, ed era già difficile fissare il suo viso pallido e bello, che ben presto sarebbe stato un viso di donna. Aveva la bocca sottile e ben disegnata, occhi chiari e limpidi accesi dall’eccitazione, che fissavano apertamente i suoi. L’onestà e la purezza dei bambini, pensò Wier. Non sanno quale tremendo peso di colpe portiamo; possono guardare Dio senza provare il bisogno di distogliere gli occhi. Si sentì avvam-pare di inspiegabile rossore e per un attimo sfuggì lo sguardo della ragazza. «Che c’è, Shirley?» «Vorrei venire alla scuola serale, professore.» Disse quelle parole in gran fretta, poi rimase lì, impacciata, con gli occhi bassi e la bocca socchiusa, come avesse assolto un compito improrogabile. «Vuoi imparare stenografia, dattilografia o qualcosa del genere?» «Oh no, professore. L’inglese.» Wier si sentì perplesso. «Ma sei già molto brava!» «Non mi riesce molto facile, professore.» «Oh nemmeno a me!» Wier sorrise. «Ho perduto un anno. Tutto l’anno passato… be’, quasi tutto. Sono stata assente perché ho avuto la mastoidite.» «Non lo sapevo.» «No, professore. Ero tornata da pochi giorni quando… quando è venuto lei.» «E non puoi ricuperare?» «Mi riesce molto difficile, professore.» «E le altre materie?» «Oh la storia è facile. Basta leggerla. E la matematica… tanto non ci capisco niente.» Gli onesti occhi azzurri gli sorrisero, splendidi. Aveva i capelli del colore del grano umido, che un leggero soffio di vento agitava. «Non sarebbe meglio che studiassi matematica, allora?» «Oh no, professore. La matematica non mi serve a niente.» «Non ti serve?» «Per il lavoro. Vorrei fare la segretaria. Mio padre conosce… ed è necessaria la perfetta conoscenza dell’inglese.» «Bene, Shirley. Ho qualche ora di lezione alle scuole serali, ma non vedo proprio dove potrei ficcarti…» Rifletté un momento. «Il giovedì siamo soltanto in otto. Vedrò. Fidati di me.» «Oh grazie, professore!» Arrossì violentemente, si voltò e uscì di corsa da una porta laterale, muovendosi con la morbida grazia di una donna fatta. Mentre la porta si apriva e si richiudeva due occhi azzurri lo fissarono esitanti, sorrisero e la ragazza scomparve. Mastoidite, pensò Wier. Per quello era sempre tanto pallida. Povera figliola! Non sapeva se si sarebbe trovata bene coi giovani seri del giovedì sera, ma il pensiero della sua presenza non era spiacevole. Quasi le quattro, e la sensazione che il giorno ormai moriva. Era l’ultima ora di lezione per Wier che stava spiegando l’ordinamento sociale ai ragazzi della IV C; ascoltavano tutti con molta attenzione, perché in quel momento il professore parlava della giustizia. Aveva spiegato il funzionamento dei tribunali, i doveri dei giurati e dei magistrati, i compiti della polizia in uniforme e degli agenti in borghese della squadra investigativa; nozioni in gran parte completamente nuove per i ragazzi, deterse e più particolareggiate, e proprio per questo più convincenti dei romanzi che leggevano di solito. Ancora un quarto d’ora ed ecco Mitchell – che tramava qualche altra diavoleria – sghignazzare di nascosto con Harris, mostrandogli qualcosa. Lasciarlo perdere (ancora un quarto d’ora, poi se ne sarebbero andati tutti) o cercare di ottenere una seconda vittoria? Ora Mitchell faceva davvero troppo chiasso; richiamò con un fischio l’attenzione di una ragazza e le mostrò quel che aveva mostrato ad Harris; la ragazza guardò, poi si girò di scatto verso il professore, arrossendo di vergogna. I suoi occhi incontrarono quelli di Wier e questi comprese che doveva fare qualcosa, anche se la paura gli torceva i visceri, altrimenti avrebbe perduto la fiducia di quella ragazza. «Mitchell! Porta qui quella roba!» «Che cosa, professore?» «Quel foglio.» «Quale foglio?» «Quello che hai buttato via adesso. Muoviti!» Mitchell venne avanti ostentando un sorriso impacciato. Wier restò in piedi sulla piattaforma che circondava la cattedra, ma nonostante l’aiuto di quei quindici centimetri supplementari era appena più alto del ragazzo. «Dammi quella roba!» Una rapida occhiata al foglio e, con un colpo al cuore, Wier scoprì che si trattava di una fotografia pornografica: una ragazza in attillatissimi calzoni a mezza gamba e in atteggiamento indecente, al quale Mitchell aveva aggiunto a matita qualche particolare più suggestivo. Wier fece a pezzi la fotografia, disgustato. «Sei un cretino, Mitchell. Finita la lezione ti fermerai a trascrivere per dieci volte il regolamento scolastico.» «Ma professore...» «Stavamo proprio parlando della giustizia, Mitchell. La giustizia contempla anche la punizione dell’oscenità.» L’intera classe approvò con una risata. «Devo giocare in una partita...» «Vuol dire che non giocherai, Mitchell. Come i giurati e i magistrati, io ti privo per un certo tempo della tua libertà. Torna al tuo posto.» Alle quattro e mezzo Wier percorreva i corridoi silenziosi, diretto all’aula della IV B, dov’erano i ragazzi puniti. Mentre si avvicinava udì l’aspra risata di Mitchell, il gemito di dolore di un ragazzo e un fruscio di carta strappata, ma come raggiunse la porta udì dall’altra parte un rapido trepestio e quando entrò nove ragazzi e una ragazza erano seduti ai loro banchi, apparentemente occupatissimi a scrivere. Thompson piangeva. Teneva il viso abbassato per nascondere la pena, ma a Wier non sfuggirono il luccicore delle lacrime e il tremito delle sue mani. Di nuovo quella fitta di paura. Il disprezzo di Mitchell si rivelava nello sguardo di innocente sorpresa alzato sul professore. Un pomeriggio era un po’ poco per domarlo. Wier si sentì preoccupato per Thompson. Nell’aria aleggiava odore di sigarette. «Chi ha fumato?» Nessuno rispose, ma la ragazza lanciò a Mitchell uno sguardo d’accusa. Voleva che gli fosse inflitto un castigo. «Mitchell, vieni qui!» «Non sono stato io, professore.» Wier sentì l’odore del fumo nel suo alito. «Vuota le tasche.» «Perché, professore?» «Perché te lo dico io.» «Non è giusto.» Dalle sue tasche uscirono un fischietto, un pacchetto di sigarette pieno a metà, un preoccupante coltello, alcune fotografie a colori di cantanti, due biglietti da una sterlina e qualche moneta, un tappo di bottiglia e, scoperta imbarazzante, una bustina di preservativi. Sulle prime Wier, sbalordito, non seppe come reagire; infine, dopo un lungo momento, domandò: «Che te ne fai di questa roba, Mitchell?» «È per mio padre...» «Anche le sigarette?» «Sissignore.» «Confisco tutto quanto.» Nessuna risposta. «Sei uno sbruffone bugiardo, Mitchell. So bene che niente di quel che ti si dice ha alcun effetto su di te. Hai bisogno delle maniere forti per imparare le cose. Ricopierai altre venti volte il regolamento scolastico.» «Ma professore, ci vorranno ore!» «Basterà un’ora, Mitchell, ma sarà un’ora durante la quale non farai male a nessuno. Torna al tuo posto e comincia.» Wier andò a vedere se Thompson s’era ripreso. Il ragazzo stava scrivendo in gran fretta; sulla sua guancia destra c’era una traccia di sangue essiccato. Guardando da sopra la sua spalla Wier vide che, in più di un quarto d’ora, aveva scritto soltanto qualche riga. «È tutto qui quel che hai fatto, Thompson?» L’esitante «sissignore» disse a Wier tutto quel che voleva sapere. Il tramestio e il gemito di dolore. Wier sospirò, sentì di nuovo la pugnalata del panico. «Bene, bene», disse. «Continua». Poi, in tono affettuoso: «Come hai fatto a tagliarti la faccia?» «Sono caduto, professore. Al gabinetto.» Se non avesse precisato il posto dov’era caduto, Wier avrebbe potuto credergli. Ma le parole “al gabinetto” gli riportarono alla mente l’incidente del mezzogiorno: Mitchell e Collins che trascinavano un ragazzo verso i gabinetti, i gemiti di dolore smorzati, annullati dallo spessore dei muri, mentre lui, Wier, si lasciava travolgere dalla paura, dal violento desiderio di ottundere i propri sensi. Il gallo cantò per la milleduesima volta; con gli occhi della mente Wier vide erompere le fiamme mentre il caporale lo colpiva gridando: «Vigliacco!» Avrebbe voluto bere una tazza di tè, prima della scuola serale, ma rimase lì, nell’aula della IV B, per proteggere Thompson; alle cinque lo lasciò uscire, ma Mitchell poté andarsene soltanto alle cinque e mezzo. Nessuno venne a chiedere di lui; i suoi genitori, evidentemente, non si preoccupavano affatto se non era a casa per il tè. Forse questa era la causa prima del suo disordine morale, ma le manchevolezze dei genitori, se pure esistevano, servivano soltanto a spiegare Mitchell, non a giustificarlo; la sua esistenza dannosa e pericolosa restava tale e quale. Non si poteva dire: ‘Ha genitori incapaci’, e così lavarsene le mani. Il problema reale era Mitchell, ora, e Mitchell era un impedimento, la sua influenza maligna poteva corrompere ogni giorno schiere di ragazzi. Il male può avere mille giustificazioni, ma ciò nonostante deve essere combattuto. Purtroppo Wier sentì di essere un misero avversario, pusillanime, senza alcun valore. Era buio quando uscì dalla scuola serale. Il cortile era vuoto, al posteggio era rimasta soltanto la sua auto. Vide subito che qualcosa non andava: l’auto era inclinata di lato. Una gomma a terra. Maledizione, pensò Wier, ma subito, sotto l’impazienza, nacque la temibile certezza: è stato Mitchell. Quando scoprì che era inutile gonfiare la gomma e gli toccò cambiare la ruota non ebbe più dubbi. Ma soltanto quando fu in strada, sotto la luce, vide che era sparito anche il tappo del radiatore. Mitchell. Nessun dubbio possibile. Wier gli aveva strappato la fotografia pornografica, lo aveva finalmente umiliato; il furto della figuretta nuda era l’evidente rappresaglia. La conclusione rovinava tutta la giornata, lasciava il problema di Mitchell grave e insoluto com’era al mattino, allo squillare del campanello. Che fare? Wier aveva paura. Si sentiva stanco, meschino, debole, oppresso dai guai. Una birra. Erano appena passate le nove e lui aveva la gola secca: tutto quel parlare! Andò a sedere in un bar; un uomo insignificante e solitario che beveva per affogare la paura. Dopo un poco pensò, con ridicola logica: niente! Non fare niente. Qualunque provvedimento avrebbe coinvolto il preside Ferguson. E una volta che l’attenzione di Ferguson si fosse rivolta a Mitchell, le mancanze dell’allievo, la sua prepotenza, la sua malvagità sarebbero state motivo di biasimo per il professore. Ferguson si sarebbe abbandonato a uno dei suoi slanci di idealismo, Mitchell sarebbe diventato un simbolo: guarisci Mitchell, avrebbe detto, e sarai un grande educatore, pronto per prendere il posto di Sylvan-Jones. E all’inevitabile fallimento di Wier (perché non c’era speranza di successo senza la collaborazione di Mitchell), il signor Ferguson avrebbe sospirato, avrebbe notato altre magagne, avrebbe condannato. No. Meno il capo ne sapeva di Mitchell, tanto di guadagnato. Tra nove settimane il ragazzo se ne sarebbe andato: maturo, in teoria, maturo per votare, sposarsi, lavorare, guidare un’auto, lanciarsi negli affari, fare parte di una giuria. Tieni duro, decise Wier. Non dire niente. Che si tenga pure quel nudo rugginoso; in fin dei conti era un fastidio. La giustificazione sembrava logica, sembrava non avesse assolutamente nulla a che vedere con la paura, e poiché pareva genuina Wier si sentì pieno di bonomia, di affetto, del desiderio di essere gentile in un mondo che non era poi così cattivo. Pensò a Freda, ricordò con disappunto che voleva le sigarette. E che altro? Ah sì, i biscotti. Perbacco, e dove li andava a prendere, ora? Nel suo cervello riaffiorò la timidezza; studiò una menzogna: c’erano soltanto quelli in pacchetti e avevano tutta l’aria di essere stantii... Appena entrato rise: «Eccoti le tue cicche. Ma non ho trovato i biscotti». Freda gli diede un bacio (lo baciava soltanto quando aveva avuto la scuola serale) e si lamentò subito. «Hai bevuto!» «Una birra sola. Ero entrato per comperare le sigarette.» «Scuse. La signora Lane li ha trovati, i biscotti. Com’è andata la giornata?» Il piccolo Newman che strisciava sul pavimento a raccattare i libretti degli inni, Mitchell e Collins che lo prendevano a calci, che si pulivano le scarpe infangate sul Signore. Il segreto e le lacrime di Thompson. Le vittorie del pomeriggio e le paure della sera. Parigi, Lucerna, Bruxelles. La viscida paura dell’ora di pranzo, i gatti che lo fissavano con ottusa insolenza da sotto il ponte. Gli occhiali di Faith appannati in mezzo al vapore e al baccano. Trowman. ‘Le piaci.’ E un tratto gentile: gli occhi ansiosi di Shirley Taylor che chiedevano qualcosa. Ah sì, la scuola serale. Se n’era quasi scordato... «Al solito» rispose, ed era vero: ogni giornata si componeva di parole e di terrori, la più piccola vittoria o un mezzo sorriso erano un clamoroso successo in un mare sterminato di fallimenti e di ansie. «Ho invitato Trowman e sua moglie per sabato sera. Sei contenta?» «È proprio necessario?» «Ti piacerà, vedrai. Oh stiamo organizzando viaggi per gli studenti a Parigi, a Lucerna e a Bruxelles. Credo che dovrò andarci anch’io.» «Non puoi permetterti una spesa simile!» «Non preoccuparti. Costerà pochissimo. Potremo andare ugualmente ad Hastings.» «Non posso venire anch’io all’estero? Mi piacerebbe andare a Parigi.» «Il viaggio è riservato agli studenti e ai loro insegnanti.» «Non è giusto!» «Sarà una bella fatica tenere dietro a quella ragazzaglia!» «Sicché hai deciso di andare anche se non possiamo permettercelo?» «Vedremo. Trowman guiderà il gruppo che va a Parigi.» «Bella vita, la tua! Io ho perduto tutta la mattina per pulire la stufa a gas. Dovrei andarci io a Parigi! Non ci sono mai stata.» «Nemmeno io.» «Prometti che non mi tradirai?» Lo guardò con burlesca trepidazione: un marito che andava a Parigi senza la moglie! «Sai bene che non lo farei mai. Visiteremo unicamente i musei e la torre Eiffel.» Ebbe una vaga visione di se stesso seduto insieme con Trowman in un viale caldo di sole, a bere una birra di marca straniera, osservando la gente che passava. Sarebbe stato bello, ma Wier era pratico. Sapeva che mai niente era come ci si aspettava. Meglio fare previsioni pessimistiche: studenti che si smarrivano, stanchezza, pioggia ininterrotta, difficoltà con la lingua. Era ridicolo immaginare un’infedeltà! Come al solito avrebbe ricevuto mille umiliazioni: dai facchini, dai doganieri, dai viaggiatori di prima classe, dagli autisti di tassì. L’amore, di qualunque genere, non entrava nel quadro. Per l’a- more come lo intendeva lui, sentimentale, ardente, doloroso, ci voleva tempo, e a Parigi non ce ne sarebbe stato a sufficienza. Forse lui e Trowman sarebbero andati a vedere qualche rivista, ma qualunque tradimento era fuori discussione: anche gli stranieri sapevano riconoscere la meschina statura della viltà. «Dio» affermò con decisione Trowman (aveva ingurgitato cinque birre, gin, scotch... per non parlare di quel che aveva mangiato; era tutto cosparso di briciole, ma se la godeva un mondo con le parole, la specialità di tutti gli insegnanti), «Dio non esiste, non può esistere. È soltanto una giustapposizio-ne di paura e di desiderio nel nostro cervello: paura di essere puniti e desiderio che gli altri vengano scoperti. Ma egli non esiste veramente. Dovresti essere tu il primo ad ammettere (visto dove lavori!) che se egli esistesse e se noi, come oltraggiosamente si insinua, fossimo fatti a sua immagine e somiglianza... bene, sarebbe una cosa assurda, ridicola: un Dio eterno, immacolato, dotato di illimitata saggezza, e questi sudici bruchi striscianti che siamo noi!» «Parla al singolare!» protestò Veronica. Freda sbadigliò. Aveva gli occhi arrossati dal fumo delle sigarette che annebbiava la stanza. Ma Wier non voleva che finisse. Era la una del mattino, ma lui avrebbe voluto continuare a chiacchierare fino alle due, alle tre, magari alle cinque. Non avrebbe mai convinto Trowman, ma non importava. Gli piaceva, Trowman, anche se fondamentalmente era uno sciocco, persuaso che un vero Dio avrebbe dovuto essere un bianco, un gentiluomo e uno dei fanti del duca di Ballingham. L’importante era che, insieme a Trowman, egli avrebbe convinto se stesso. Rispose con la calma dell’ubriaco, giocando con le parole. «È significativo che la scienza, ben lontana dal discutere l’esistenza di Dio, vada invece avvicinandosi al punto di vista cristiano. E quando dico scienza, includo anche la psichiatria...» «O Cielo», protestò Freda. «Non mescolarci il sesso, ora!» «E perché no?» rise Trowman. «Che cosa c’è di male in qualche carezza?» «Capacità morali, estetiche, emotive appartengono soltanto agli esseri umani», dichiarò Wier. «Per non parlare delle capacità alcoliche», ruggì Trowman. «No, vecchio mio. La moralità e tutto il resto esistono soltanto perché si dà il caso che convengano a una società bene ordinata.» «Però continuano a esistere anche in una società in disordine», ribatté Wier. «E ci sono tutte le ragioni per pensare che il martirio, ad esempio, sia ispirato da Dio. Rimane il fatto che in duemila anni di cristianesimo, col dono terribile del libero arbitrio, l’uomo è diventato migliore. E siamo soltanto al principio. La società che è salita più in alto è la cristiana... la sola religione che abbia veramente visto Iddio.» Parlava, come sempre, in un turbine di parole, delle cose più vicine al suo cuore. Non aveva il coraggio di dire: ‘Dio è amore’, e men che meno: ‘Io amo Dio’. Avrebbe messo in imbarazzo Trowman e Veronica e sbalordito Freda strappandole una protesta («Bene, se sei così pieno di amore, perché non...») che avrebbe ridotto tutto quanto a una questione di tempo, di denaro, di vanità. Aveva azzardato una dichiarazione del genere una volta, all’università (dove si scagliavano le parole con rabbioso ardore aspettandosi, sperando un risultato) e ne aveva avuto soltanto rimbeccate e scherno. ‘Non sei logico, Wier; questa è una discussione!’ E lui era arrossito, aveva esitato: Dio era diventato ridicolo perché era stata una bocca indegna a parlarne. L’aveva avuta vinta la teoria opposta e da allora il gallo aveva cantato infinite volte, e ogni volta Wier era stato sconfitto. Era un debole, un vile e lo sapeva, doveva portare quel peso. Aveva soltanto quarantadue anni, ma conosceva a fondo i frutti della pusillanimità. Era la sua condanna, avrebbe fallito sempre; non avrebbe avuto mai altro che parole, ideali, chiacchiere; sarebbe sempre stato “quel tale”, indifferente alla maggior parte degli uomini e delle donne perché la sua pochezza era evidente, insita nella sua persona stessa, nella bassa statura, negli occhi sfuggenti, da codardo, nella sua abituale acquiescenza... ma nell’insieme forse non dispiaceva a Dio, nemmeno ora, perché era un idealista, un idealista senza fegato, ma pieno d’amore, di buona volontà, pur nella bassezza della sua miseria. Guardò gli altri tre. Aveva un segreto, due segreti; la notte del 10 agosto 1944 e il suo timido, inutile amore. Freda non sapeva niente del 10 agosto né l’avrebbe saputo mai; non osava dirglielo. Nutriva ancora per lui un minimo di rispetto, una frazione dell’antico amore, ma se le avesse parlato di quell’episodio non ne avrebbe avuto ugualmente alcun conforto, perché Freda non sarebbe arrivata a capirne tutta l’importanza. Trowman, l’ultimo fante del duca di Ballingham, avrebbe detto che era stato davvero un episodio disgraziato; ma ci saranno pure state circostanze attenuanti, no? E quando lui, Wier, avesse spiegato che no, non ce n’erano state, Trowman non avrebbe più saputo che dire, si sarebbe tirato indietro, nauseato dal fetido odore della verità. Ma Dio non condannava, non respingeva nessuno. Dio capiva la sua bassezza, accettava il suo miserabile amore che falliva, falliva sempre, ma non disarmava, non si arrendeva, non cercava giustificazioni. «Professori!» protestò Freda con Veronica. «Stessero zitti un momento!» Veronica (una donna alta, simpatica e tranquilla, che si era affiatata subito) domandò a Freda: «Insegnava anche lei, prima di sposarsi?» in un tono che lasciava capire come lei, Veronica, lo avesse fatto. Wier, brillo quanto bastava per sentirsi unito a Trownam dal cameratismo maschile che esclude le mogli, abbandonò Dio e il turbine delle parole e disse, in un tono che sembrò faceto: «Oh no, era nel servizio civile, lei!» «Ah interessante!» esclamò Veronica. «E che cosa faceva, di preciso?» «La cameriera in un bar!» rispose Wier, ridendo come un matto. Trowman muggì, incredulo, ma Veronica notò l’occhiata irosa che Freda lanciò al marito. «Non è affatto vero», disse Freda, cercando di rimediare al guaio combinato da Graham. «I miei avevano un albergo nel Wiltshire.» «La miglior birra che ci fosse nel raggio di chilometri», disse Wier per consolarla, per farle capire che non avrebbe smentito la sua bugia. Gli pareva incredibile che Freda fosse stata una cameriera di bar. Odiava l’alcol, ora, e alcol significava birra; non c’era niente di male nel vino, ci volevano anni perché provocasse imbecillità, vomiti, vergogna. Wier sapeva che da tempo, per Freda, l’idea della birra non si associava più ai vecchi imbecilli e alle risse, ai vomiti del sabato sera, al sudore, all’atmosfera pesante, al linguaggio volgare che tradiva le sue origini; si associava a lui, ora, alla sua timidezza, ai suoi rutti, ai suoi occhi arrossati, alle sue carezze da ubriaco. «E ora intende allentargli il guinzaglio per una goccia di vino a Parigi?» le domandò Trowman. «Mi sembra una bella vergogna», si lamentò lei. «Trattano le mogli degli insegnanti come non esistessero neppure. Gli alunni sono sacri, vengono prima delle mogli...» E perché no? Pensò Wier, spietato verso se stesso. Udì Trowman blaterare qualche sciocchezza, ma la sua mente udiva i motori Hercules che si scaldavano a tre chilometri di distanza. Niente di strano, accadeva decine di volte in un giorno. Lui stava tornando alla sua camera, in paese. Ubriaco, naturalmente. In bicicletta. Buio come la pece. Ricordava ancora quante pinte di birra aveva bevuto. Dodici. Non era molto, per la media del 1944. La notte era umida, burrascosa. Udì lo Stirling mettersi in moto con uno sforzo terribile, rimorchiando l’aliante. Si capiva quando rimorchiavano un aliante, per quello sforzo inconsueto dei motori che induceva a pensare che l’apparecchio, anche in condizioni atmosferiche normali, sarebbe a malapena riuscito a sollevarsi senza sfiorare i limiti del campo. Quella notte le nubi dense e basse riflettevano il rombo colossale. Nonostante l’ubriachezza, Wier aveva pensato: perdio, questo è ben basso, e aveva gridato involontariamente quando se lo era visto passare sopra la testa, col gigantesco carrello ancora sporgente, quasi fosse pronto per correre sugli alberi. Poi lo schianto dell’acciaio e dell’alluminio, il fulmineo erompere dell’enorme fiammata del carburante. Rottami incendiati ricaddero sul bosco, appiccando il fuoco agli alberi; milioni di foglie caddero prima del tempo, carbonizzate. Tutta la zona tremò per lo spostamento d’aria. Le munizioni saltarono come ramoscelli. Il primo aviere Wier si mise a correre. Dapprima verso la foresta, verso l’immenso caos, nel caldo mostruoso, tra lingue di carburante incendiato che gli guizzavano intorno. Aveva esitato. Una scena che superava i limiti della comprensione umana: non si poteva pensare che un uomo potesse fare qualcosa. E in ogni caso dovevano essere morti tutti. Poi qualcosa sferzò l’aria, frustò gli alberi, terrorizzò Wier. Il cavo. E l’aliante abbandonato si abbatté su un albero in fiamme, piombò, con uno schianto atroce di legno e di vetri, dentro l’inferno. Il primo aviere Wier era scappato, giustificandosi in cuor suo: devo correre a chiedere aiuto, a chiamare le auto- ambulanze, il carro soccorso. Come se tutto quel che c’era sullo stramaledetto campo non fosse già in movimento, diretto verso il luogo della catastrofe. Ma anche allora avrebbe potuto restare in pace con se stesso se, nel caos del fogliame, non si fosse imbattuto in un caporale. «Tu, maledetto vigliacco!» aveva gridato questi. «Dove scappi?» Anni dopo Wier si chiedeva ancora come mai il caporale (che non aveva mai visto in vita sua) avesse subito capito che lui non era un membro superstite dell’equipaggio, sfuggito a quell’inferno. «Andavo a chiamare aiuto», aveva gridato lui, e il caporale lo aveva colpito sulla bocca con tale violenza da farla sanguinare. «Bastardo idiota, ancora cinque minuti e non ci sarà più niente da fare!» Persino allora, persino allora (Wier arrossiva ancora di angoscia, tanti anni dopo), avrebbe potuto uscirne intatto. Poteva darsi che il caporale fosse soltanto sconvolto dal disastro. Ma lui aveva esitato, rifiutato di muoversi, si era aggrappato a un albero, piangendo, mentre il caporale lo colpiva ancora, più volte, grugnendo, finché non gli mancò il respiro, e Wier aveva vomitato il cuore ed era scivolato via, aveva ripreso la bicicletta e fatto un giro di chilometri prima di tornare al suo alloggio, dove aveva saputo la “notizia”. Quattordici morti. Tre a bordo dello Stirling, che sarebbero morti in ogni caso, e undici (morti per le bruciature) a bordo dell’aliante. Lo aveva letto sul Daily Express, ne aveva sentito parlare e parlare alla mensa. Non aveva mai più rivisto il caporale, che del resto non avrebbe nemmeno riconosciuto... Il mondo intero aveva il diritto di metterlo alla gogna. Uomini come lui non sarebbero dovuti esistere. Era una mostruosa ironia che ora insegnasse ai giovani. Mitchell, in confronto al primo aviere Wier, era degno di lode. Certo che gli allievi erano più sacri! Nemmeno Mitchell si sarebbe tirato indietro: sarebbe stato bravissimo in un inferno, Mitchell! Un codardo capiva il punto di vista altrui, riconosceva il diritto altrui di condannarlo, di insultarlo... Ma proprio perché era un codardo continuava a vivere, si conquistava una moglie che non sapeva niente della guerra, che non era in grado di riconoscere un volto virile, come potevano fare gli altri uomini. Perciò egli viveva una vita di abietta menzogna e nessuno lo sapeva e Trowman lo trattava come fosse naturale che anche lui, Wier, avesse vissuto le sue stesse esperienze di guerra, mentre Freda, benché sospettasse, non conosceva nemmeno metà della verità e, soggiogata dalla sua forza di persuasione, gli abbandonava la sua splendida femminilità, convinta che, poiché sapeva stimolare e contraccambiare la passione, egli fosse un uomo... Intanto Trowman che era un buon diavolo, ma fondamentalmente sciocco, stava parlando di Parigi: «L’ultima volta che ci sono stato ho fatto scintille». E le due donne ridevano, come se andare a Parigi e “fare scintille” fosse la prova che Trowman era un uomo in gamba, un vecchio leone, domato ormai, ma però... Sbadigliò (un’enorme sgradevole cavità) e si stirò, dimentico della scuola e dei fanti del duca di Ballingham. «Che ora è, Veronica? La una? Buon Dio! Si vede che ci siamo divertiti!» Si alzò e si diresse in bagno con l’aria di chi domina la situazione: moglie e amici, ma era lui a decidere quando bisognava andarsene. Pochi minuti dopo erano sui gradini d’ingresso, rabbrividendo nell’aria fredda. «Bella notte!» osservò Trowman. «Mattina», corresse Wier. «Una prova dell’esistenza di Dio.» «Muoviti!» disse Veronica. «Smettila di chiacchierare. Questi due avranno voglia di andare a dormire!» «Donne!» protestò vivamente Trowman, poi, in tutt’altro tono: «Ci vediamo lunedì, Graham»; e Wier rientrò, felice di essere stato chiamato col nome di battesimo. Seduta accanto al fuoco Freda sbadigliava, mentre si appuntava i capelli. «Che te ne pare di quei due?» le domandò Wier. «Tutto bene», rispose Freda. «A lui piace molto ascoltarsi mentre parla, no?» «Lei però mi sembra una donna molto cortese.» «L’ho vista aiutarsi col gin.» «Bene, perché no?» «Voglio dire che era piuttosto fredda.» «Buon Dio!» protestò Wier. «Ma non ti piace proprio nessuno? Chi mai riuscirà ad andarti a genio?» «Non c’era bisogno che mi insultassi!» «Insultarti? E come?» «Mi hai chiamata cameriera.» «Ma lo eri!» «Non c’era bisogno che sogghignassi!» «Ma non ha nessuna importanza! A quei due non importa niente di quel che tu facevi prima!» «Lo saprà tutta la scuola.» «Lascia che ci pensi io, alla scuola!» ribatté Wier e pensò, col coraggio dell’ubriaco: chissà che cosa starà facendo Mitchell. Vorrei che fosse qui; lo prenderei a calci nel sedere! Nonostante l’ora era ben desto, felice quanto poteva esserlo uno come lui. Notò il lampo delle calze di Freda e il peso del suo seno sotto l’abito elegante, e la baciò con trasporto su una guancia. «Sciocco!» protestò lei. «Non vedi che mi sto aggiustando i capelli?» Lui la desiderava, ora, e sapeva che avrebbe insistito finché Freda non lo avesse ferito con un rifiuto. «Ti amo.» «Non essere noioso.» «Lo sai che ti amo.» «Va bene. Mi ami. Ma è l’una e mezzo.» «Ti prego, Freda, ti prego...» «Non voglio.» Wier pensò a Trowman. Non aveva certo bisogno di supplicare, lui. Gli assurdi baffi dei fanti del duca di Ballingham: anche Veronica avrebbe protestato, ma con una risatina, non con quella bruschezza che lo smontava. Finito di appuntarsi i capelli, Freda salì a lavarsi. Wier la trovò in bagno, in reggiseno e mutandine. Il bianco splendore del suo corpo slanciato, caldo ed eccitante acuì il suo desiderio fino a farlo soffrire. Era un vile, ma doveva proprio essergli negato tutto? Freda protestò vivamente, si sottrasse alle sue mani che frugavano con trepidazione sotto il reggiseno. «Ma lasciami stare, ti ho detto! Mi sembri un cane in calore!» Lui baciò l’avorio caldo del suo dorso, passò le mani, lentamente, lungo le sue splendide cosce, risalì piano piano in una carezza insistente. Finalmente il respiro di Freda divenne più rapido, la sua voce cambiò tono mentre protestava, ma senza asprezza: «Potresti almeno aspettare finché non siamo a letto!» «Come sei bella!» «Mi hai fatto andare il sapone negli occhi.» Le mani di Wier tremavano mentre slacciavano il reggiseno e lo lasciavano cadere sul pavimento. «Dormiresti, a letto», rise. Freda rispose, allora, magnifica nella sua nudità, tanto che egli si sentì piccolo, meschino, inetto: «Andiamo a letto, ho freddo». Ma la sua carne era calda, incurante della temperatura esterna. Negli ultimi spasimi un pensiero, un ritorno alla normalità, una sorta di lamento: «Graham, Graham, ma che cosa abbiamo noi due?» «Niente», la rassicurò lui, ripreso dalla viltà: Mitchell, le risatine della IV C, la voglia di birra. «Niente. Ti amo.» * * * Wier, che era inginocchiato, si alzò un po’ accaldato, un po’ confuso e penosamente cosciente della propria solitudine, e si avviò compunto verso la pila dell’acqua santa, il sorridente sagrestano, gli untuosi fabbriceri, le pie quiete vecchie signore che armeggiavano con gli occhiali e si infilavano i guanti. Aleggiava nell’aria odore di libri, di legno, l’odore della fede: senza alcun motivo particolare Wier aprì il libro degli inni, lesse il timbro «Proprietà della Chiesa di San Giorgio». Perché? si domandò. Mancanza di fiducia, oppure la gente rubava davvero i libri degli inni? E in tal caso, perché li rubava? Accanto alla porta principale c’era una piccola folla di Boy scout e di Girl guide e in mezzo a loro, parlando con molta gravità, stringendo la mano ai fedeli che uscivano, c’era il vicario. «Ah signor Wier, vorrei parlarle!» Wier ebbe la sensazione di essere preso in trappola; i suoi occhi si fecero sfuggenti, le sue labbra, persino sui gradini di una chiesa, si preparavano a mormorare una scusa. Un bicchierino? E perché no? Ne aveva proprio bisogno. Ma perché doveva sentirsi impaurito se il vicario, anziché stringergli la mano, lo aveva preso per un gomito, con un’aria da cospiratore? Nel suo cervello era già pronto il rifiuto. Lui stesso, un codardo, si rendeva conto che il servizio divino di quel giorno era stato un fallimento. Non aveva sentito Dio. Era stata una cerimonia troppo soldatesca, imbarazzante, infantile. Assurdi tamburi e trombe, la bandiera sdrucita che non era mai stata su un campo di battaglia e finalmente il “Dio salvi la Regina”: non era stata una cerimonia adatta a una chiesa, era sembrata ridicola. Non era obbligatorio che Dio fosse dalla parte dell’Union Jack, avrebbe dovuto saperlo, ormai, no? L’atteggiamento da cospiratore del vicario non trovò corrispondenza nella sua voce tonante; chiunque avrebbe potuto udire la preghiera rivolta in gran segretezza a Wier, che provò un tremito di collera e di paura insieme, al pensiero di essere costretto a fare qualcosa che non avrebbe avuto il coraggio di rifiutare. «Ci chiedevamo se...» Eccola la richiesta che, per la sua stessa natura, sarebbe stato vigliaccheria rifiutare, come rifiutarsi di servire Iddio. «Ci chiedevamo se...» Gli occhi del vicario guardavano altrove (era più alto di Wier, tutti erano più alti di Wier, pareva): ho tanto da fare, oggi, un nuovo peccatore... dicevano quegli occhi, e le mani, non ingombre di carte, offrivano larghi cenni consolatori. «Siamo penosamente a corto di insegnanti, capisce? Insegnanti per la scuola domenicale. E lei è un frequentatore così assiduo! E ha proprio l’età giusta. Non possiamo pagarla, naturalmente. Servizio volontario... tanto più meritevole...» «Non credo di potere», balbettò Wier, e la propria voce gli parve fievole e abietta. «Io insegno, capisce? E molto spesso devo lavorare anche la domenica... la correzione dei compiti e cose del genere.» Era una menzogna; in tanti mesi, da quando era arrivato alla Scuola Secondaria Moderna di Railway Street, non aveva lavorato una sola domenica. «Capisco, capisco», riconobbe il vicario. I suoi occhi tornarono dall’innocente viaggio in fondo alla chiesa e si fermarono a scrutare Wier. L’espressione di carità, di bonomia si alterò, s’indurì; perché l’uomo è così vigliacco? Dissero senza pietà gli occhi; poi si fecero annoiati, perché erano avvezzi alla vigliaccheria. «Forse un aiuto saltuario, allora?» suggerì il vicario. «Abbiamo tanto bisogno di un assistente e da qualche tempo ci manca il segretario del Circolo Maschile.» «Ci penserò», disse Wier e se ne andò. Era umiliato per la propria indegnità. Si domandò persino se avesse osato farsi vedere ancora in quella chiesa. Non poteva, lui, permettersi di parlare di Dio ai giovani. Prima o poi sarebbe caduto, li avrebbe fatti ridere, li avrebbe guastati. Sì, sarebbe finita così: con quel che gli si poteva leggere in faccia (che avrebbe saputo leggervi persino un innocente di cinque o sei anni), avrebbe fatto sorgere nel loro animo l’indifferenza, l’ostilità. Li avrebbe fuorviati. ‘Se è uno sciocco simile che viene a parlarci, a prendere le parti di Dio, molto meglio per noi seguire la voce più piacevole, gaia e coraggiosa del piacere e della felicità, i pericoli della carne e dei sensi, perché è indiscutibile che costui puzza di vigliaccheria, ha paura della vita.’ Wier sentiva che il proprio atteggiamento era più che giustificato, ma troppo complesso per tentare di spiegarlo al prete. Avrebbe significato rivelare quel che era accaduto la notte del 10 agosto 1944, e tanto sarebbe bastato perché ogni invito cadesse; ogni volta che i suoi occhi si fossero incontrati con gli occhi che lo guardavano dal pulpito, questi avrebbero esitato, si sarebbero rivolti altrove, cercando di essere caritatevoli, ma incapaci di celare la severità del proprio giudizio. Il bar, una borghese mostruosità di pietra grigia e di tubi fluorescenti, era poco lontano dalla chiesa. Wier aveva appena finito la seconda pinta di birra quando udì alle proprie spalle una voce che lo sorprese: «Un altro mentore che si lascia trascinare verso le tentazioni di Bacco?» Wier si sentì intrappolato, colpevole, e cercò subito una scusa. «Buon giorno, professor Sylvan-Jones. Stavo soltanto...» «Chiamami Basil, in nome del cielo! Ti fermi ancora un po’? Un’altra birra, allora. Dove si è cacciata Anna? Anna!» gridò con la voce penetrante del professore che ha alle spalle quarant’anni di cattedra e del viaggiatore snob avvezzo a parlare un po’ più forte degli altri cinque, in uno scompartimento di viaggiatori snob. «Che cosa stai facendo, donna? Aspetto da mezz’ora!» Era appena arrivato, naturalmente, ma l’allegra confidenza della sua voce smorzò l’asprezza della lamentela e fece apparire subito la cameriera col suo più bel sorriso, mentre Wier, che aveva aspettato la prima birra per quattro minuti buoni, senza lamentarsi, era stato servito quasi con scontrosità. «Buon giorno, professor Sylvan-Jones!» «Basil, perdio!» «Oh ma non mi sembra giusto!» «E come diavolo potrei darti una pacca sul sedere se non mi chiami Basil? Ascolta, Anna, questo signore vuole una pinta di birra, ma che non siano le risciacquature di ieri sera, capito? Della migliore, Anna, mi raccomando.» «E lei, professore?» «Scotch e ghiaccio. Ehi, ma quel ghiaccio non sia un campo per gli sport invernali, mi raccomando! E bevi qualcosa anche tu.» «Grazie, professore.» Sylvan-Jones bevve il primo whisky d’un colpo solo. «Un altro!» gridò. «Questo è bastato appena per ungere le pareti. Meglio di un tranquillante, eh?» disse ridendo a Wier che lo fissava attonito. «Buon Dio, si ha bisogno di qualcosa, dopo essere stati con quei maledetti ragazzi. Maiali, che ne dici?» Wier sorrise. «Qualcuno sì.» «Tutti», dichiarò Sylvan-Jones in tono che non ammetteva replica. «Quarantun anni che insegno e non ho mai trovato altro che maiali. Naturale. I loro genitori sono maiali. Che cosa ci si potrebbe aspettare? Ah, ma alla fine dell’anno me ne vado di certo. Lo sai?» «Sì. Me ne ha parlato Trowman.» «E lui come lo sa? Anna! Dove ti sei cacciata? Mio Dio, non si curano di me in questo buco! Non so proprio perché continuo a venirci. Oh eccola! Che cosa stavi facendo, bella?» «Ora tocca a me», disse Wier. «Davvero? Benone. Sissignore, quarantun anni. Non so come ho fatto a sopravvivere. Ma nella nuova scuola non mi vedranno, grazie a Dio. Ci saranno mucchi di vetrate e biblioteche pedagogiche e bottiglie di stramaledetto latte, ma ci manca l’anima, il cameratismo. Ferguson è uno stupido ipocrita. Se sapesse che siamo qui... Anna! Un altro! Doppio. Comincio a sentirmi un po’ meglio, ora. Resti indietro, Graham!» Wier, già un po’ brillo, sorrise. «Ci vuole più tempo per bere una pinta di birra!» «Sono felice di incontrare qualcuno che ammette di cercare l’amicizia di Bacco», confessò Sylvan-Jones. «Trowman beve un poco, ma ha i suoi gusti. Un tempo tutti bevevano. Adesso tutti vanno dietro all’igiene e alla politica, e sai quanto bene gli fa! Per una buona metà sono nevrastenici. Se Melkis bevesse starebbe molto meglio. Dopo dieci bottiglie comincerebbe a chiacchierare, a levarsi il peso dallo stomaco. Penso che pensi che noi pensiamo che sia un codardo. Complicato eh?» «Credi che lo sia?» domandò in fretta Wier. «Lo sa Iddio. Io penso che finirà per rimbecillire. Se bevesse troverebbe tutto più facile.» «Io sono un vigliacco», disse Wier tutto d’un fiato. Si sentì riscaldare lo stomaco per la soddisfazione di confessarlo a qualcuno, curioso di vedere quel che sarebbe accaduto. Il grosso ventre di Sylvan-Jones rombò di risa, il suo largo viso che a scuola gli era sempre sembrato formidabile non si alterò affatto alla dichiarazione di Wier. «Non ho mai immaginato che tu fossi uno stramaledetto eroe», scherzò. «Anna! Smettila di abbracciare quel tipo e vieni qui! A chi tocca?» «A me», disse Wier. «Alla salute!» «Alla scuola!» «All’inferno la scuola!» ribatté Sylvan-Jones. «Sarà tutta tua, in settembre.» «Ho ammazzato quattordici uomini», riprese Wier che non voleva cambiare argomento. Sylvan-Jones tuonò un’altra risata. Come al solito era in abito scuro, camicia bianca e colletto rigido; era l’eterno invitato a nozze, a una eterna festa. «Mi pareva che avessi detto di essere un vigliacco!» disse sussultando per il gran ridere. «Ora invece mi dici di essere stato un eroe!» «Quattordici inglesi...» «Hai bisogno di un’altra birra!» «Erano a bordo di un aliante», confessò Wier. «Rimorchiato da un bombardiere, uno Stirling. Io ero ubriaco...» «Devi essere stato molto eroico, allora. Dopo dieci whisky io divento un martire...» «Si è abbattuto sopra un bosco.» Wier dava via libera alle parole, si alleggeriva il cuore per la prima volta, dopo tanti anni, ma stava attento al minimo accenno di alterazione sul viso del compagno, il sintomo che, anche in mezzo ai fumi dell’alcol, egli cominciava a provare disprezzo. «Prese fuoco ed esplose. L’aliante cadde vicino. Io mi misi a correre...» «Lo credo bene, maledizione!» «Per andare in cerca di aiuto. Poi incontrai un uomo e capii che non era così. Ero morto di paura. Non volli tornare indietro per dare una mano. L’uomo mi picchiò, mi gridò che ero un vigliacco, ma io mi rifiutai di tornare indietro. Non sono mai tornato indietro», concluse. «Questo non significa che tu abbia ucciso quei bastardi. Sei semplicemente stato colto dal panico di fronte al carburante incendiato e alle bombe che saltavano. Quelli sarebbero morti in ogni caso, no?» «Non lo so. Credo che avremmo potuto tirarne fuori qualcuno.» «Be’, non puoi più farci niente, ormai. Smettila di preoccuparti. Tieni da conto il fegato per la prossima volta. Ti capiterà un’altra occasione.» Wier avrebbe voluto dire: ‘L’ho già avuta un’altra occasione, e una terza, una quarta, una cinquantesima’, ma in un certo senso non sarebbe stato giusto. Tutti i suoi fallimenti, dopo il 10 agosto 1944, erano stati la diretta conseguenza di quello, della condanna da lui stesso pronunciata contro se stesso, e del resto tutto si era sempre limitato alle parole. Non c’era stato altro carburante incendiato. «Ehi, stiamo perdendo terreno», fece notare Sylvan-Jones. «Anna! Levati dalle ginocchia di quel tipo e occupati di questi morigerati bevitori!» «Le spara proprio grosse, professore!» protestò Anna. Con uno sforzo enorme (perché avrebbe voluto parlare per ore, analizzarlo, essere consolato), Wier si strappò all’argomento della propria paura. «Parteciperai anche tu a uno dei viaggi sul continente organizzati dalla scuola?» domandò. «Che cosa?» grugnì Sylvan-Jones. «Io andare all’estero con quel maledetto branco di delinquenti? Vado a Kristiansund, io. Con quale hai intenzione di andare, tu?» «Parigi.» «Alla larga da Ferguson, eh?» «Il gruppo di Parigi sarà affidato a Trowman e a Constance Woodman. Pensavo di andare con loro.» «Stai attento a Constance! Ha l’aria di una bibliotecaria a riposo, ma ho paura che ti stia dietro!» «Constance! Ma non ha sesso, quella! E in ogni caso sono sposato.» «Ti vedo proprio preoccupato per quello, a Parigi!» «No, Basil. Constance non è di quelle!» «Non avrai paura anche di questo, eh?» Sylvan-Jones scoppiò di nuovo a ridere, tremolando come un piatto di gelatina. «Cerca di fare qualche altro esame di coscienza, Graham. Potresti scoprire che è soltanto la fifa, non la santità, a fare di te un marito fedele!» «Devo andare.» «Ah, non avrei dovuto tirare in ballo quella donnetta! Su, alza ancora una volta il gomito con me!» «Bene. Ma dopo devo andare. Ho promesso.» «Oh, le promesse alle donne!» Sospirò Sylvan-Jones. «Ne ho fatte ben poche in tutta la mia vita. Dovresti proprio prenderlo tu, sai?» «Che cosa?» «Il mio posto. Credo proprio che toccherà a te. E io farò tutto quel che posso in questo senso. Le macchinazioni di Ferguson sono così complicate che a un certo punto perde lui stesso il filo. Però ha una certa influenza, quell’uomo. Una gran testa! Lui crede in tutte queste scemenze moderne. Anche tu e io ci crediamo in parte, ma soltanto quanto basta per cavarcela coi nostri quaranta alunni senza sciocchezze psichiatriche o nuovi metodi consistenti nel dare confidenza a quei giovani maiali che se ne prendono già anche troppa. Ma Ferguson no. Lui è pronto a tentare tutto. Anche dopo Gaunt.» «E chi è Gaunt?» «Non c’eri ancora, tu? Gaunt era uno dei soliti ragazzi dal viso d’angelo. Non era bravo in niente, ma era sempre pronto a rispondere: ‘Sì, professore’ e ‘Tenterò di nuovo, professore’. Innocente e bene educato quanto può esserlo il miglior ragazzo del mondo... pareva. In realtà aveva tutta una serie di chiavi e pizzicava denaro ovunque ne trovasse. Ferguson continuò a credergli, anche di fronte alle prove. Puoi immaginare come ne fosse felice Melkis! Il ragazzo divenne sempre più sfacciato. «L’ispettore di polizia dovette quasi maltrattare Ferguson per convincerlo. Sei a conoscenza del racket protezionistico?» «Racket protezionistico? O buon Dio!» «Dov’eri prima di venire qui?» «A una scuola secondaria dell’Essex. In una piccola città.» «E perché diavolo sei venuto a cacciarti qui, allora?» Wier arrossì confessando: «Sai, guai di donne... e lo stipendio, naturalmente.» «Ma sai in che razza di posto sei capitato, almeno?» «Non sapevo niente di questa protezione. Che cos’è, un gioco?» «No, perdio! È una cosa maledettamente seria e difficile da liquidare.» «Vuoi dire che pretendono denaro?» «No. Non credo che c’entri il denaro. Ne hanno già fin troppo. È il potere che vogliono, il potere di organizzare luridi complotti e avere i servi sciocchi che li attuino.» «E i servi sciocchi si fanno beccare?» «A volte. E secondo la migliore tradizione della malavita si fanno beccare ma non cantano. C’è anche qualche lato lubrico, oltre il resto.» «Omosessualità, vuoi dire?» «No, non credo. Quella gentaglia ha più che altro una mentalità contadina nei confronti del sesso. Sono sovraccarichi, se mai. No, ma ho trovato ragazzi a ciondolare intorno al bagno delle ragazze. E quando li mando via mi guardano sogghignando, come non importasse, come avessero visto o avuto quel che desideravano. E il peggio è che questa storia funziona anche fuori dalla scuola. Alcuni teppisti della città stavano picchiando un ragazzo, in un viale. Una donna che passeggiava spingendo una carrozzella da bambini corse ad aiutarlo e ne uscì con un occhio pesto. I teppisti scapparono, ma il ragazzo che le aveva prese arrivò ad ammettere, con me, che si trattava di una questione che aveva attinenza con la scuola. Non aveva fatto quel che gli avevano detto. E naturalmente si vantano delle loro vicende amorose; nemmeno in caserma si sente un linguaggio altrettanto crudo.» «Ma le ragazze non saranno così corrotte, no?» Sylvan-Jones rise. «Che scuola paradisiaca doveva essere quella dell’Essex! A ogni visita medica si trovano una o due ragazze incinte. La direttrice dell’ospedale di maternità di Macdonald Street è amica di mia sorella: dice che il dieci per cento delle donne ricoverate sono al disotto dei sedici anni. Ma questo non dà un’idea esatta della realtà, immagino, perché quell’ospedale è al centro di quattro sobborghi miserabili. Non sappiamo che cosa accade nelle belle scuole della nostra raffinata borghesia, benché io abbia sentito...» «È soltanto un riflesso in miniatura di quel che siamo noi, della nostra bassezza morale e della nostra indifferenza», osservò Wier amaro. «Le cose non vanno tanto male finché i maialetti non hanno raggiunto la pubertà», riprese Sylvan-Jones. «Uno dei miei aveva un preservativo.» «Del padre! È la solita storia. Chi era?» «Mitchell.» «Oh buono, quello! Lo hai mai bastonato? Dovresti proprio farlo. Regolarmente. Pestarlo forte, altrimenti ti farà ridere dietro da tutti quanti.» «Ma si può insegnare con odio?» protestò debolmente Wier. «Insegnare? Chi parla di insegnare? Quel delinquente ha già più esperienza della vita di quanta non ne abbia tu; primitivo, scaltro, ma in gamba secondo il suo modo di pensare. Che cosa puoi insegnare a un tipo simile? Frustalo, Graham. A Ferguson non piace che si picchino i ragazzi, ma perché dovresti farti venire l’ulcera e i capelli grigi prima del tempo? Pestalo, sii ingiusto. Serba l’idealismo per qualcuno che lo meriti.» «C’è sempre speranza...» «Balle. I ragazzi sono piccoli bastardi crudeli. Ti metterebbero in croce per un quattrino. Se vuoi restare qui e avere il mio posto non ci vogliono debolezze.» «Credi davvero che potrei?» «Fatti furbo. A Ferguson piacciono i tipi in gamba. Ti sei offerto per leggere le preghiere?» «No.» «Fallo. Servirà a dimostrare che sei in gamba e devoto. Offriti per tutto, finché non avrai ottenuto il posto. Ma non strisciare, non fare il verme. Sii schietto. Proprio come un maledetto capo dei Boy scout.» «Non è facile», mormorò Wier. «È sempre così sicuro di sé!» «Naturale. Geni e sciocchi lo sono sempre.» «Devo andare...» «Hai finito il turno alla mensa?» «Per ora sì.» «Io e altri due o tre andiamo sempre al “Corona”. Perché non vieni anche tu? Puoi portare Trowman e Constance, se sono tuoi amici. Ci vediamo lì, domani. Ferguson non ci viene mai, perciò potrai berti anche una birra.» Era stata una conversazione così interessante che Wier aveva dimenticato Freda, ma ora, pensando a lei, non provò alcuna preoccupazione. Avrebbe capito l’enorme importanza di quell’incontro casuale. Forse Dio lo aveva punito abbastanza. Ora avrebbe potuto riprendersi, tornare normale: domani sarebbe stato facile sbaragliare Mitchell che, dopo tutto, era soltanto un bambino. Il calore che gli si irradiava dallo stomaco era molto convincente: Wier percorse il chilometro di marciapiede in indolente contemplazione. Freda era ad aspettarlo dietro la finestra e Wier, sospettando le cause del suo cipiglio, fu ripreso dal timore. Trovò la moglie sulla porta d’ingresso, con le mani sui fianchi come una pescivendola. «Dove diavolo sei stato?» urlò Freda. «Sono le due passate. Ti avevo detto che il pranzo sarebbe stato pronto all’una!» «Ho incontrato...» «E hai dovuto fermarti a bere con lui. Porco! Così si è bruciato tutto.» «Era Sylvan-Jones.» «Sylvan-Jones! Che nome cretino! Non potrebbe farsi chiamare Jones e basta? Si vergogna di essere gallese?» «Se posso avere il suo posto...» «Avere un posto, tu?» Erano entrati in casa; Wier avvertì odore di carne bruciata e gli venne voglia di vomitare. «Alla fine dell’anno va in pensione.» «E per questo tu devi farmi bruciare il pranzo? Possibile che non sappia mai disimpegnarti quando sei con qualcuno? Non hai un briciolo di volontà? Non sei capace di dire no?» «Oh smettila, Freda. Mi sento male.» «A me dici di smetterla?» «Mi viene voglia di vomitare.» «Te lo meriti. Abbiamo tanto denaro che possiamo buttarne anche giù per il lavandino!» «Se mi danno il posto di Sylvan-Jones guadagnerò almeno duecento sterline in più all’anno.» «Le solite cose che dici quando puzzi di birra. Non ne avevi bevuta abbastanza ieri sera?» «Tu non capisci.» «Certo che non capisco!» Wier sentì risalire in gola un fiotto di birra. Corse in cucina e Freda lo seguì brontolando, spietatamente sincera. «Non nel lavandino, porco! C’è la roba da lavare. O Signore, Graham, sei una bestia!» «Pulirò io.» «E non ho più disinfettante! Ma diavolo, perché devi bere così? Non puoi fare quello che devi senza ubriacarti? Finirai per farti venire un’ulcera.» «Scusami.» «È una cosa cretina! Sai che finisce così quando bevi molto. Sai che non mi piace per niente!» «Ho detto scusami.» «Bene, perché non pulisci, allora? Hai promesso che l’avresti fatto tu.» «Tra un minuto. Sto così male, ora!» «No, lascerai che sia io a pulire il tuo vomito! E poi vieni a dire che mi ami...» Cominciò a piangere, ma Wier stava così male che non ebbe nemmeno la forza di consolarla. Tutta la sua sicurezza se n’era andata giù per il lavandino. Era tornato normale, ora, pauroso dell’indomani, di martedì, di mercoledì; pauroso di incontrare lo sguardo di Sylvan-Jones. Non si sarebbe sentito male, lui; sarebbe tornato a casa e, ritrovata la piena lucidità mentale, avrebbe ricordato e condannato. Quella storia sarebbe arrivata agli orecchi di Ferguson, di Trowman, di Constance, di Melkis, Di Bill Brown: ‘Ma lo sai? Wier è un vigliacco; in guerra...’ Ci voleva coraggio anche per essere un vigliacco, e lui non ne aveva nemmeno un filo. |