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Svizzera: miti e luoghi comuni Sono molti gli oggetti che rappresentano la Svizzera nell’immaginario collettivo: Oliver Scharpf ne ha fatto il tema di un libro. di Donatella Révay, TM DONNA Giugno 2011
«Ma va a mangiare cioccolata!» Così ricordo di essere stata (simpaticamente) apostrofata nella vicina penisola, quando con una manovra in automobile ho dato fastidio a qualcuno. Nell’immaginario collettivo, specialmente se di altro passaporto, cioccolata e Svizzera sono quasi inscindibili, un mito assodato. Persone che per la maggior parte non sanno però bene che tipo di nazione sia la Svizzera, tanto che spesso fanno la domanda: «Ma tu parli lo svizzero?» Questo nostro paese così diverso dagli altri, con lingue e abitudini differenti, cosa infine lega nel suo insieme la popolazione, in che cosa si riconosce? In che cosa si identifica? E quanta verità c’è in alcuni luoghi comuni e nelle tradizioni che accettiamo come dati di fatto? A mettere le cose in chiaro approfondendo 28 miti in qualche modo collegati alla Svizzera, ci ha pensato Oliver Scharpf con “Lo chalet e altri miti svizzeri”, edito a fine 2010 da Gabriele Capelli Editore, libro che ha riscontrato vivo successo e di cui è già uscita una riedizione. Oliver, ticinese di Ponte Capriasca ha vinto nel 1997 a vent’anni il premio Montale per le poesie inedite, e successivamente il premio Città dell’Aquila e quello della Fondazione Schiller. Ha già pubblicato due libri di poesie e molto viaggiato in Europa, soggiornando a Roma, Milano, Parigi, Berlino, Ginevra, esercitando nel contempo le più disparate attività, dal figurante all’opera, al barista, all’accompagnatore di cani. Nel 2005 si è diplomato in drammaturgia alla Paolo Grassi di Milano. Per un breve periodo ha lavorato anche a Lugano nel negozio di souvenir della zia, tappa che si è dimostrata cruciale ai fini della stesura dei suoi racconti. Toccare con mano cosa i turisti desiderano portare a casa come ricordo del nostro paese è stato illuminante ai fini di quali miti dare la precedenza. Scharpf ama la scrittura e non può farne a meno, ed infatti è appena tornato a collaborare con il settimanale Azione con una rubrica, una specie di reportage su ‘luoghi segreti’, ma a due passi da noi, che l’abitudine rende invisibili o scarsamente considerati anche se sono dietro l’angolo. Il libro prende le mosse da una serie precedente di brevi articoli intitolati ‘Miti svizzeri’, apparsi sempre su Azione, con cadenza più o meno mensile nell’arco di tre anni fino ai primi del 2010. A questi scritti, ristrutturati e approfonditi, Oliver ne ha aggiunto altri, ottenendo così una carrellata di 28 racconti ordinati cronologicamente, una specie di viaggio nel tempo e nello spazio, un quadro vivido di miti, luoghi comuni, ma anche non-verità, legati appunto alla svizzeritudine. «All’inizio non pensavo affatto di scrivere un libro» confessa Oliver. «Ma quando ho affrontato i vari temi mi sono accorto, stupendomi io stesso, che c’era spesso una specie di collegamento, come un mosaico o meglio un puzzle. Alcuni miti sono evocati all’interno di altri come scatole cinesi o bambole russe, in un intreccio sottile tra di loro, quasi fosse la sceneggiatura della Svizzera». Il libro si può sfogliare seguendo la stesura oppure scegliendo i soggetti che catturano di più l’attenzione. Ogni racconto è a sé, come già detto, e va riconosciuto a Oliver Scarpf di essere stato quanto più possibile oggettivo nel riferire la sua ricerca . Ha informato su cose che non tutti sanno, scavando a fondo nella storia e nella tradizione, passando in rassegna i capisaldi della nostra identità. Da personaggi leggendari o meno, come Guglielmo Tell, ad Heidi e la nostalgia, il mal du Suisse, punto chiave di quella storia, a Ursula Andress che esce dal mare in bikini in uno dei primi 007, a simboli che uno svizzero riconosce immediatamente come tali: la M della Migros, la mucca Milka, e l’autopostale di colore giallo. Per non parlare dell’orologio nelle stazioni, inventato da un ingegnere zurighese, dal design rigoroso e ‘pulito’ , cui viene immediatamente da abbinare il concetto di precisione e puntualità riconosciute dall’immaginario altrui agli elvetici. In alcuni capitoli viene esaminata la storia di diversi prodotti alimentari diventati famosissimi tanto che per antonomasia ne hanno preso il nome, come l’Ovomaltina, il Birchermüesli, la Rivella, l’Aromat e il Cenovis, per non parlare del cervelat e del Toblerone, il cioccolato con torrone dalla forma di barre triangolari conosciuto in tutto il mondo. Forse non tutti sanno che anche il pelapatate Rex è stato inventato da uno svizzero, Alfred Neweczerzal, originario di Davos. Non è l’unico pelapatate al mondo ma questo oggetto modesto, umile e intelligente è diventato un’icona del design svizzero per una serie di doti, dalla facilità con il quale si tiene in mano, alla leggerezza, alla mobilità della lama. Dice Oliver Scharpf nella sua dissertazione sul pelapatate: «Senza esagerare, possiamo tranquillamente affermare che il pelapatate Rex ha molte buone ragioni per essere un simbolo dell’economia elvetica: ottimo funzionamento, forma ergonomica, minimo scarto, risparmio di energia, prezzo molto basso» Altro oggetto imprescindibilmente svizzero è il famoso coltellino che ogni turista che si rispetti si porta a casa, «uno dei pochi souvenir al mondo a non essere perfettamente inutile». Dopo l’11 settembre ha subito un duro colpo ma si è ripreso i fretta, tanto è vero che attualmente se ne sfornano 6 milioni di pezzi all’anno in 100 modelli, dai più semplici con poche funzioni ai più elaborati che ne hanno 80. Alcuni luoghi comuni sono duri a morire e spesso sono sbagliati: l’orologio a cucù è un prodotto tipico della regione della Foresta Nera, nella Germania del Sud, e con la Svizzera ha proprio poco a che fare, ma molti turisti lo portano a casa pensando che ne sia l’emblema. Spesso il quadrante è inserito in una struttura a forma di chalet, cui fa riferimento il titolo. Chalet, che è anche un pseudo-mito perché ha una storia millenaria dietro a sè. Consacrato all’Esposizione universale di Parigi del 1900 in un frequentatissimo Village Suisse con gli chalet in prima linea replicati più volte, da allora rimane ancora oggi una delle icone possibili a «simulare una Svizzera ideale e idilliaca», sempre uguale a se stessa, sintesi perfetta di paesaggio alpino e strumento di identificazione mitizzato. Che dire poi dell’Emmentaler, chiamato da tutti Emmental ? Il formaggio con i caratteristici buchi che più ‘svizzero’ non si può, prodotto negli alpeggi fin dal XII secolo, che ha conquistato il mondo tanto da diventare icona e logo per il formaggio in generale. L’Emmentaler che, in conclusione del volume, potrebbe suggerire un inedito. Leggere per credere. In alcuni dei 28 capitoli si parla di alcune scoperte di appannaggio elvetico. Quanti di noi sanno che il Velcro appartiene ad un inventore svizzero, come anche l’LSD e pure il DDT? Scorrendo le pagine si scoprono verità, curiosità e miti che rafforzano l’immagine della grande intraprendenza dell’industria elvetica e raccontano una fetta di storia intelligente del nostro Paese. A futura memoria. |